Un attacco a strutture sanitarie ogni poche ore: è questo il quadro che emerge dall’ultimo monitoraggio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, e che oggi complica sia la cura delle emergenze sia la gestione delle epidemie. I numeri mostrano una tendenza in crescita e impatti concreti sulle persone e sui servizi pubblici che non si risolvono con la fine dei conflitti.
I dati recenti e perché conta ora
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L’OMS ha raccolto segnalazioni su attacchi a ospedali, personale medico, pazienti, ambulanze e depositi di forniture sanitare a partire dal 2018: il totale supera le 10.400 aggressioni documentate in 29 Paesi, con migliaia di vittime e feriti. Questo tipo di violenza ostacola la risposta alle crisi sanitarie in tempo reale — dall’Ebola in Repubblica Democratica del Congo alle cure di routine in aree di guerra — e, secondo l’agenzia, rimane in gran parte priva di sanzioni.
Tra gennaio e agosto 2026 l’OMS ha registrato oltre 900 aggressioni: il periodo recente conferma una media superiore a quattro attacchi al giorno, con armi pesanti frequentemente impiegate e danni diffusi alle strutture.
Dati chiave (2018–2026)
| Voce | Valore riportato |
|---|---|
| Attacchi documentati | Oltre 10.400 |
| Morti | Circa 5.700 |
| Feriti | Oltre 8.000 |
| Periodo di riferimento | 2018 – agosto 2026 |
| Paesi più colpiti (segnalati) | Ucraina, Libano, Territori Palestinesi Occupati; segnalazioni anche in Sudan, Siria e Repubblica Democratica del Congo |
| Incidenza recente (gen–ago 2026) | Oltre 900 attacchi; ~900 morti; >1.400 feriti |
Queste cifre offrono solo una fotografia parziale: molti episodi restano non registrati e la documentazione completa è difficile in contesti di conflitto aperto.
Impatto sui servizi e sulla popolazione

Ogni aggressione a una struttura sanitaria provoca effetti a catena: interruzione delle cure, sospensione di programmi di vaccinazione, perdita di fiducia da parte della comunità e aumento della paura tra gli operatori. L’OMS cita studi che mostrano cali consistenti nell’utilizzo delle strutture dopo gli attacchi.
Esempi concreti: nella Siria nord-occidentale le visite ambulatoriali sono diminuite della metà per oltre un mese; in Sudan, nel 2026, circa il 37% delle strutture sanitarie risultava non operativo; a Gaza tutti i 36 ospedali hanno subito danni dovuti ai bombardamenti e solo la metà è in funzione, ma con capacità ridotte.
Dal punto di vista delle emergenze infettive, la violenza contro il sistema sanitario complica il contenimento: nella Repubblica Democratica del Congo, dall’inizio dell’attuale epidemia di Ebola a maggio, l’OMS ha segnalato una dozzina di attacchi contro strutture e personale coinvolti nella risposta.
- Accesso alle cure: interrotto o ridotto in aree colpite.
- Risposta alle epidemie: rallentata da danni alle catene logistiche e dalla riduzione del personale disponibile.
- Protezione degli operatori: inadeguata, con episodi di sequestro e arresti documentati.
Responsabilità e governi

Nonostante la gravità degli eventi, l’agenzia sottolinea come in larga parte gli autori degli attacchi non siano stati chiamati a rispondere. Nel periodo monitorato sono stati riportati 44 episodi di sequestro o arresto di operatori sanitari e pazienti; tuttavia, quasi nessun processo o provvedimento punitivo è stato reso pubblico a livello internazionale.
La mancanza di accountability alimenta un circolo vizioso: le strutture restano vulnerabili, il personale evita aree ad alto rischio e le comunità perdono fiducia nel sistema sanitario. Questo si traduce in danni che durano anni, ben oltre la fine delle ostilità.
Che cosa significa per i lettori
Per chi vive nelle aree colpite la conseguenza è immediata: meno letti disponibili, meno servizi d’emergenza e un rischio maggiore per la salute quotidiana. A livello globale, la distruzione delle infrastrutture sanitarie rende più fragile la risposta a future crisi sanitarie, con implicazioni anche per la sicurezza sanitaria internazionale.
Le autorità e le organizzazioni umanitarie chiedono misure più efficaci di protezione e meccanismi chiari di responsabilità: senza questi, sottolinea l’OMS, la ricostruzione del sistema sanitario sarà più lenta e più costosa, e il prezzo sarà pagato dalle persone più vulnerabili.
In assenza di interventi concreti per tutelare ospedali e personale, l’allarme resta alto: proteggere la sanità in tempo di guerra non è solo un obbligo legale e morale, ma una condizione necessaria per la salute pubblica di tutta la comunità internazionale.












