Mostra sommario Nascondi sommario
Per il 2026 la Campagna Abiti Puliti indica come necessario un salario base di 12 euro netti l’ora: una soglia che non è solo questione di equità economica, ma un intervento immediato per proteggere le persone dagli effetti della crisi climatica. L’allarme arriva mentre le previsioni internazionali sul superamento di 1,5°C si fanno più nette: il tema riguarda milioni di lavoratrici e lavoratori, qui e all’estero, che già subiscono caldo estremo, rincari e precarietà.
MILANO — La rete internazionale che difende i diritti dei lavoratori tessili ha aggiornato la propria stima in vista della Giornata mondiale per il salario dignitoso, celebrata il 25 settembre. Secondo la scheda aggiornata intitolata “Il salario dignitoso fa bene al clima”, la soglia per un salario dignitoso in Italia nel 2026 è fissata a 12 euro netti l’ora, equivalente a circa 2.063 euro netti al mese e 24.756 euro netti all’anno per un impiego a tempo pieno.
Perché la proposta torna attuale
Salario dignitoso 12 euro netti l’ora: l’allarme su lavoro e disuguaglianze in Italia
Rinnovabili, oltre 1.200 progetti bloccati al ministero: attese fino a 864 giorni e pratiche carenti
La richiesta assume maggiore urgenza dopo il rapporto pubblicato il 2 settembre dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente: lo studio mette in guardia sul fatto che il superamento della soglia di 1,5°C è ormai molto probabile, con scenari che indicano un picco fino a 1,8°C anche nel migliore dei casi. Onde di caldo record e rincari energetici hanno reso evidente come le ondate di calore colpiscano in modo sproporzionato chi ha meno risorse per proteggersi.

Un legame concreto tra salario e clima
La Campagna collega esplicitamente il tema del reddito dignitoso alla giustizia climatica: garantire un salario adeguato non è solo un obiettivo sociale, ma anche una misura di adattamento immediata. Avere risorse sufficienti significa poter accedere a cibo di qualità, abitazioni più sicure e servizi che riducono la vulnerabilità agli eventi estremi.
Secondo la coordinatrice della Campagna, Deborah Lucchetti, assicurare un livello minimo di retribuzione consente alle persone di affrontare più efficacemente la crisi climatica, riducendo al contempo le disuguaglianze che amplificano l’impatto ambientale.
Numeri chiave che spiegano il contesto
- 12 euro netti all’ora: soglia proposta per il 2026 (2.063 €/mese, 24.756 €/anno).
- UNEP (2 settembre 2026): rischio sostanziale di superare 1,5°C, con possibili picchi fino a 1,8°C.
- UPB (luglio 2026): retribuzioni reali del privato in calo medio del 6,6% tra 1990 e 2026; -40,8% per il 10% più povero.
- Contratti part-time: da 500.000 (1990) a 4,8 milioni (2018).
- Soglia di povertà ufficiale Istat 2025: 13.237 euro annui, giudicata sottostimata.
- Oxfam (2026): i consumi delle persone più ricche bruciano il budget annuo di CO2 in soli dieci giorni; lo 0,1% più ricco esaurisce la propria quota individuale già il 3 gennaio.
- Condizioni estreme nelle fabbriche: in Cambogia l’82% delle linee supera i 32°C, una su tre raggiunge i 35°C (rapporto 2026 sullo stress da calore).
Come si traduce tutto questo per i lavoratori
La combinazione di salari stagnanti, crescenti forme di lavoro atipico e una fiscalità meno redistributiva ha ampliato le diseguaglianze in Italia. Il divario tra stipendi di operai e dirigenti si è allargato significativamente negli ultimi decenni; nel 2018 si parlava di rapporti molto superiori rispetto agli anni Ottanta, con picchi estremi se si considerano i manager più pagati.
Nel concreto, questo significa che chi svolge i lavori meno remunerati è anche il più esposto al rischio climatico: case meno isolate, impossibilità di acquistare dispositivi di raffrescamento o di spostarsi in sicurezza durante le ondate di caldo. Allo stesso tempo, la concentrazione di reddito in cima alla piramide tende ad aumentare le emissioni complessive, come mostrano studi econometrici condotti su scala nazionale.
Il caso del tessile: dati e responsabilità
La filiera dell’abbigliamento mette in luce l’ingiustizia: molte produzioni sono delocalizzate in paesi dove condizioni ambientali e termini di lavoro amplificano i rischi per la salute e la produttività. Rapporti recenti evidenziano temperature interne estremamente elevate nelle fabbriche tessili, con impatti diretti su salute, sicurezza e continuità produttiva.

La Clean Clothes Campaign chiede che il salario continui a essere corrisposto anche quando il caldo obbliga a fermare le linee, per evitare che chi lavora paghi il prezzo più alto della crisi climatica.
Implicazioni politiche e pratiche
La proposta della Campagna si fonda su un calcolo biennale aggiornato con l’indice FOI (Famiglie di Operai e Impiegati) e viene utilizzata come parametro per campagne di advocacy nei confronti di imprese, filiere e decisori pubblici. Si tratta di uno strumento che può orientare contrattazione collettiva, politiche salariali e misure di protezione sociale mirate.
Tra le possibili azioni a breve termine: introdurre soglie minime vincolanti nei contratti, rafforzare strumenti di tutela per i lavoratori esposti al calore, e collegare incentivi aziendali a pratiche di sostenibilità che includano la remunerazione dignitosa.
Conclusione
Alla luce delle evidenze scientifiche e sociali più recenti, la richiesta di un salario dignitoso non è soltanto una battaglia per la redistribuzione del reddito: è anche una misura pratica per ridurre la vulnerabilità delle persone agli impatti climatici già in atto. Per questo, affermano gli attivisti, il tema dovrebbe comparire al centro delle politiche industriali e climatiche nei prossimi mesi.
Ogni due anni la Campagna Abiti Puliti ricalcola la soglia del salario dignitoso e la usa come riferimento per le proprie iniziative; per il 2026 quel livello è oggi indicato in 12 euro netti l’ora.











