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Un nuovo rapporto delle Nazioni Unite mette in luce un’inquietante escalation dei decessi tra chi fugge da conflitti, pressioni economiche e crisi ambientali: dai mari dell’Oceano Atlantico al Golfo del Bengala i viaggi migratori sono diventati più lunghi e più letali. Perché conta oggi: rotte spostate, stagioni meteo estreme e traffici di esseri umani stanno trasformando spostamenti già difficili in vere e proprie crisi umanitarie.
Secondo le elaborazioni ONU e le stime dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), l’aumento delle vittime non è uniforme: molte rotte mostrano meno arrivi ma tassi di mortalità in crescita, a conferma che una riduzione numerica degli sbarchi non equivale a viaggi più sicuri. La vicedirettrice generale dell’OIM, Ugochi Daniels, ricorda inoltre che una quota significativa delle persone in movimento non supera frontiere nazionali, ma si sposta entro la propria regione in cerca di lavoro, protezione o ricongiungimenti familiari.
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I principali dati per rotta
- Mediterraneo centrale: 821 persone morte o disperse nel periodo considerato, un aumento del 111% rispetto all’anno precedente; gli arrivi sono però calati del 46%, attestandosi a 8.577. Più della metà delle vittime si è avuta in gennaio, in seguito al passaggio del ciclone Harry.
- Mediterraneo orientale: i decessi sono triplicati, raggiungendo le 244 persone, con molti incidenti segnalati nell’area a sud di Creta.
- Mediterraneo occidentale verso la Spagna: gli ingressi sono aumentati del 66% (5.647 arrivi), fenomeno legato anche all’incremento degli attraversamenti terrestri verso Ceuta e Melilla.
- Rotta atlantica dall’Africa occidentale: il calo più netto degli sbarchi in Spagna, 2.276 arrivi; i punti di partenza si sono spostati più a sud, allungando le traversate e aumentando i rischi.
- Rotta orientale del Corno d’Africa verso lo Yemen: registrato un incremento degli arrivi dell’ordine del 9%.
- Golfo del Bengala e Mare delle Andamane: oltre 6.500 persone Rohingya hanno intrapreso viaggi via mare nel 2025; le stime OIM parlano di circa 900 decessi, con un rapporto di perdite elevatissimo per questa rotta.
Questi numeri evidenziano due dinamiche sovrapposte: da un lato l’impatto diretto di eventi meteorologici estremi, che possono generare picchi di mortalità in brevi periodi; dall’altro i cambiamenti nelle strategie dei trafficanti e nei punti di partenza, che allungano le traversate e riducono le possibilità di soccorso tempestivo.

Un caso simbolico: i Rohingya
Negli ultimi mesi due imbarcazioni con oltre 500 persone a bordo si sono capovolte al largo delle coste del Myanmar dopo partire dallo Stato di Rakhine. L’OIM segnala che, sul totale dei viaggi via mare intrapresi da Rohingya nel 2025, circa una persona su sette è scomparsa o è morta nel Mare delle Andamane e nel Golfo del Bengala: si tratta del tasso di mortalità più elevato tra le rotte marittime percorse da rifugiati e migranti a livello globale.

La portata del fenomeno non è soltanto numerica: le famiglie rimaste senza notizie, le pressioni sulle strutture di accoglienza nei paesi di transito e arrivo, e i costi crescenti per operazioni di ricerca e soccorso pongono sfide concrete ai governi e alle organizzazioni umanitarie.
Perché questi cambiamenti interessano il pubblico oggi
Perché le rotte si spostano? Il mix di conflitti regionali, cambiamenti climatici e misure di controllo dei confini ridefinisce i percorsi di fuga, spesso aumentando la distanza e il pericolo per i migranti. Inoltre, la stagionalità meteorologica — cicloni, monsoni, tempeste — continua a determinare picchi di mortalità improvvisi.
Le implicazioni pratiche sono molteplici: necessità di migliorare la sorveglianza in mare, investire in corridoi umanitari sicuri, rafforzare i sistemi di accoglienza locale e potenziare i meccanismi di cooperazione internazionale per contrastare i trafficanti.
Da monitorare nelle prossime settimane: l’evoluzione delle condizioni meteorologiche nelle aree costiere, gli spostamenti dei punti di partenza in Africa occidentale e nel Sud-est asiatico, e le risposte politiche dell’Unione europea e dei paesi del Golfo alle pressioni migratorie.
In assenza di strumenti alternativi e vie legali sufficienti, i flussi continueranno a essere governati da operatori illeciti e dall’imprevedibilità del clima, con conseguenze dirette sulla sicurezza e sulla vita di migliaia di persone.












