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Un nuovo rapporto delle Nazioni Unite accusa attori esterni di aver trasformato il conflitto in Sudan in una guerra sempre più armata e internazionale: dietro la lotta tra esercito e paramilitari ci sono interessi sul controllo di risorse come oro, petrolio e minerali che rendono la crisi di portata regionale. La denuncia apre scenari concreti per la sicurezza, per i diritti umani e per l’aiuto umanitario che arriva ormai a stento.
Cosa documenta il rapporto
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La Missione Internazionale Indipendente di Accertamento dei Fatti delle Nazioni Unite segnala che reti di reclutamento, appoggi logistici e trasferimenti di armamenti hanno rafforzato tanto le Forze Armate sudanesi (SAF) quanto le Forze di Supporto Rapido (RSF), con un impatto diretto sulla capacità di combattimento e sulla pericolosità delle operazioni sul terreno.
Secondo gli investigatori, il conflitto, nato nell’aprile 2023 come una disputa interna tra il generale Abdel Fattah al-Burhan e il leader delle RSF Mohamed Hamdan Dagalo (detto “Hemedti”), si è rapidamente convertito in un teatro dove si intrecciano interessi esterni e rotte di rifornimento internazionali.
Elementi chiave evidenziati dal dossier
- Reclutamento e addestramento di combattenti stranieri, con l’impiego di ex contractor e miliziani provenienti da diversi Paesi.
- Trasferimento di armi, munizioni e tecnologia militare: reti logistiche che attraversano Ciad, sud-est della Libia e la costa somala.
- Diffuso uso di droni e sistemi a distanza che hanno ampliato la portata degli attacchi, compiendo operazioni oltre le linee del fronte.
- Supporti esterni che, secondo il rapporto, hanno favorito in particolare le RSF ma hanno aumentato la capacità offensiva anche delle SAF.
- Impiego documentato di circa duemila ex contractor militari colombiani in ruoli tecnici, inclusi piloti e operatori di sistemi avanzati.

Conseguenze sulla popolazione
Il rapporto mette in luce un peggioramento drastico delle condizioni civili. Gli attacchi con mezzi aerei e i rifornimenti esterni non hanno protetto i civili: al contrario, hanno contribuito alla distruzione di case, ospedali e infrastrutture essenziali, aumentando il numero di vittime e di sfollati.

La Missione osserva che le operazioni in aree come il campo di Zamzam, nel Nord Darfur, e l’assedio di El-Fasher contengono elementi suscettibili di costituire gravi violazioni del diritto internazionale umanitario; per alcuni episodi sono state raccolte testimonianze e prove che le organizzazioni internazionali considerano estremamente preoccupanti.
Numeri che spiegano l’urgenza
La crisi umanitaria è profonda: oggi circa 33 milioni di persone — una fetta consistente della popolazione sudanese — dipendono dall’assistenza internazionale. Le stime indicate dalla Missione mostrano un aumento della povertà dal 21% al 71% in aree colpite dal conflitto, mentre oltre 13 milioni di persone risultano sfollate, molte delle quali hanno cercato rifugio nei Paesi vicini (Egitto, Ciad, Sud Sudan, Etiopia, Repubblica Centrafricana e Libia).
Richieste e implicazioni diplomatiche
La Missione ONU invita gli Stati coinvolti nelle catene di approvvigionamento a compiere verifiche su eventuali violazioni dei diritti umani e a interrompere i flussi di mercenari verso il Sudan. Viene inoltre sollevata la necessità di applicare e ampliare l’embargo sulle armi previsto dall’ONU, oggi limitato al Darfur, per impedire ulteriore escalation.
Gli esperti raccomandano indagini trasparenti sui canali che hanno permesso il movimento di personale e materiali militari; senza interventi concreti, il rischio è che il conflitto rimanga alimentato da interessi economici e geopolitici, aggravando la già drammatica emergenza umanitaria.
Perché conta oggi
Questa segnalazione dell’ONU non è soltanto un elenco di responsabilità: riguarda decisioni politiche immediate sui controlli alle esportazioni militari, sulla cooperazione regionale e sulla gestione degli aiuti. Le scelte dei governi e delle organizzazioni internazionali nelle prossime settimane influenzeranno la capacità di limitare i danni diretti ai civili e di ridurre le fonti di finanziamento e rifornimento del conflitto.
In assenza di misure credibili, il rischio è una prolungata destabilizzazione del Corno d’Africa e del Mar Rosso, con conseguenze su sicurezza, migrazioni e mercati delle risorse naturali. La comunità internazionale è chiamata a intervenire: il rapporto fornisce una mappa di responsabilità e vie logistiche che, se seguite, possono orientare risposte mirate e misurabili.











