Sigfrido Ranucci ha risposto con una lettera formale alla Rai, chiedendo spiegazioni e documenti dopo la comunicazione aziendale che ne dispone l’avvicendamento alla guida di Report. La redazione minaccia l’abbandono collettivo del programma, mentre Viale Mazzini indica i nomi dei possibili sostituti.
Il testo, lungo cinque pagine e firmato dagli avvocati Roberto De Vita e Stefano Rossi, contesta la decisione dell’azienda e richiede chiarimenti puntuali su fatti e responsabilità. I legali definiscono la mossa della Rai «priva di giustificazioni concrete» e riservano la possibilità di ricorrere alle vie giudiziarie, incluse misure cautelari e d’urgenza.
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Secondo la comunicazione aziendale — ricevuta ieri da Viale Mazzini — la rimozione sarebbe motivata da una presunta “incompatibilità”, collegata a quelle che la Rai definisce «continue pressioni» sulla redazione di Report e a percezioni di opacità, commistioni e interferenze che avrebbero intaccato credibilità e autorevolezza del programma.
I legali rilevano però che nella lettera dell’azienda non vengono indicati fatti specifici né persone coinvolte che possano supportare tale valutazione. Essi chiedono di conoscere, entro sette giorni, la documentazione a fondamento della decisione e le motivazioni che avrebbero portato all’avvicendamento immediato del conduttore.
Tra le richieste esplicite rivolte alla Rai figurano:

- la copia degli atti con cui è stata assunta la decisione e l’indicazione dell’organo aziendale che l’ha approvata;
- tutte le relazioni, note, verbali, pareri e risultanze istruttorie che giustificherebbero la scelta;
- i nominativi dei soggetti ritenuti responsabili delle presunte «continue pressioni» e ogni documento comprovante tali pressioni;
- evidenze sulle «percezioni di opacità», sulle «commistioni» e sulle «interferenze» che, secondo l’azienda, avrebbero compromesso l’indipendenza del programma;
- spiegazione del nesso causale e organizzativo che giustificherebbe proprio l’immediato avvicendamento del dottor Ranucci;
- motivazioni per le quali non sono state adottate misure meno invasive rispetto al sostituzione immediata.
I difensori sottolineano che la richiesta documentale non equivale ad accettazione della decisione né a rinuncia a eventuali azioni legali. Chiedono inoltre la sospensione temporanea degli effetti della delibera e il congelamento del termine di trenta giorni concesso a Ranucci per scegliere uno dei tre incarichi proposti dall’azienda.
La querelle, oltre che giuridica, ha forti implicazioni interne: la redazione di Report ha reagito annunciando che, in segno di protesta, potrebbe lasciare il programma in blocco. La Rai, da parte sua, ha fatto sapere che al timone potrebbero succedere i giornalisti Presutti e Piervincenzi.

Nel testo degli avvocati è richiamata anche la delicatezza della vicenda personale di Ranucci: si fa notare la gravità di trattare come responsabile di una presunta situazione di incompatibilità una persona che è stata vittima di un grave attentato, richiamando così questioni di tutela della figura professionale e della dignità personale.
Ricapitolando: la partita si gioca su due fronti paralleli — il confronto amministrativo e probatorio con la Rai per ottenere atti e spiegazioni, e la possibile battaglia giudiziaria per ottenere il ripristino delle funzioni o il risarcimento dei danni. Per i telespettatori e per l’autonomia del servizio pubblico l’esito avrà riflessi concreti sulla percezione di indipendenza dell’inchiesta giornalistica.
Possibili sviluppi da seguire nei prossimi giorni:
- la risposta della Rai alla richiesta di documenti entro i termini indicati;
- eventuali ricorsi urgenti da parte di Ranucci e dei suoi legali;
- l’eventuale decisione della redazione di abbandonare collettivamente il programma;
- la conferma o la smentita dei nomi proposti per la sostituzione e l’avvio di una nuova fase editoriale per Report.
La vicenda riporta al centro del dibattito pubblico il tema della garanzia di indipendenza nelle redazioni pubbliche: non si tratta solo di una questione personale, ma di come viene gestita la relazione tra azienda e giornalisti in presenza di accuse generiche che toccano l’autorevolezza di una testata storica.












