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Amref Italia ha presentato oggi la campagna “Noi siamo l’Africa che cura”, un progetto che mette al centro chi quotidianamente costruisce sistemi sanitari resilienti nel continente. Lanciata il 20 ottobre, la campagna fonde racconti personali, dati sul personale sanitario e una ricerca sull’opinione pubblica per mostrare perché le scelte di oggi determinano la salute di milioni di persone domani.
Perché questo è rilevante adesso
I numeri e le storie raccolte da Amref arrivano in un momento in cui la carenza di personale sanitario è una questione globale con impatti tangibili: lunghe liste d’attesa, reparti sotto pressione e professionisti esausti. La campagna sottolinea che investire in formazione e infrastrutture locali non è solo solidarietà, ma una strategia per ridurre disparità sanitarie e stabilizzare intere comunità.
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Dati chiave
- 7 infermieri ogni 1.000 abitanti è il rapporto medio in Italia secondo il Rapporto Gimbe; in molte aree africane la cifra scende a 1,5 per 1.000.
- L’Organizzazione Mondiale della Sanità prevede un deficit di circa 6,1 milioni di operatori sanitari in Africa entro il 2030.
- Dal 2000 la mortalità materna in parte dell’Africa è diminuita di circa il 40%, e l’Africa subsahariana orientale ha guadagnato 10,7 anni di aspettativa di vita rispetto al 1990.
- Nonostante i progressi, la regione resta esposta: qui si registrano il 70% delle morti materne mondiali e il 95% delle morti per malaria, con tre quarti delle vittime sotto i 5 anni.
Volti del cambiamento
La campagna racconta storie concrete: giovani ostetriche, operatori comunitari e volontari che trasformano la cura in azione quotidiana. A Uganda, Juliet Nakabito, 23 anni, lavora come ostetrica e guida educativa per ragazze, partecipando a programmi locali che creano spazi sicuri per giovani madri.

Nel nord dello Zambia, Emmanuel Malama — che da bambino ha perso una gamba — percorre decine di chilometri attraverso paludi per portare cure antimalariche e sostegno alle famiglie più isolate. Dove una volta registrava venti casi di malaria a settimana, oggi il numero è sensibilmente diminuito grazie all’intervento comunitario.
Al confine con il Sud Sudan, a Rhino Camp, Fred Apangu offre visite, vaccinazioni e supporto psicologico ai rifugiati: piccole azioni che, sommate, impediscono crisi sanitarie più ampie.
Il dialogo con l’Italia
La campagna coinvolge anche voci pubbliche per spostare il racconto dal pietismo al riconoscimento delle competenze locali. Tra i primi sostenitori c’è Nathan Kiboba, comico e volto televisivo noto per il suo percorso personale dalla Repubblica Democratica del Congo all’Italia; è protagonista di un video in stile «vox pop» che esplora cosa gli italiani pensano del concetto di cura in Africa.
Parallelamente, l’indagine annuale Amref‑Ipsos riprende il filo della percezione pubblica: nell’ultima edizione il 75% degli intervistati associava l’Africa alla povertà, mentre l’83% chiedeva un racconto più equilibrato del continente. La nuova edizione focalizzerà il tema della cura e sarà presentata nei prossimi mesi.
Un coro, non un’eccezione. I protagonisti delle storie che Amref porta all’attenzione pubblica non sono casi isolati: rappresentano migliaia di professionisti, studenti e attivisti che ogni giorno mettono in pratica soluzioni locali. Dalla prevenzione alle campagne vaccinali, dall’educazione contro le mutilazioni genitali femminili alla formazione di nuove generazioni di medici e ostetriche, la sfida è complessa ma già in corso.
La campagna chiede fiducia, non compassione: puntare sulle persone che curano oggi significa ridurre disuguaglianze domani e trasformare le narrazioni sull’Africa, dal bisogno di aiuto alla capacità di costruire salute.











