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Il nuovo saggio di Giuseppe Sergi, Stiamo tornando al Medioevo (Laterza, 2026), rovescia convinzioni diffuse e spiega perché il modo in cui raccontiamo il passato incide ancora oggi su scuole, politiche culturali e mercato turistico. Non è solo un dibattito di specialisti: gli stereotipi medievali determinano quale storia finisce nei libri e nelle aule e quali narrazioni diventano moneta corrente nella società.
Stereotipi che non vogliono morire
Sergi affronta il paradosso centrale della sua ricerca: molti miti sul Medioevo nascono e si consolidano all’interno della ricerca storica stessa o nelle sue rielaborazioni pubbliche. L’autore non edulcora la questione: riconosce che alcune immagini del passato, conservate come comode scorciatoie, non corrispondono ai dati storici.
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Tra le invenzioni più note c’è, ad esempio, la cosiddetta cintura di castità: una leggenda costruita nei salotti del Settecento per screditare la nobiltà, non un retaggio medievale autentico (Sergi, p.121). Analogamente, strutture come la «piramide del feudalesimo» sono spesso rappresentazioni moderne messe come se fossero descrizioni dei rapporti sociali dell’epoca carolingia.
Da dove nascono queste immagini
Le fonti di questi stereotipi sono molteplici e spesso intrecciate: a volte provengono da testi antichi reinterpretati male, altre volte sono frutto di schermi ideologici, esigenze economiche o semplici strategie narrative. Il risultato è una figura del Medioevo estremamente modellabile, utile tanto al racconto turistico quanto alle narrazioni politiche.
- Produzioni culturali (romanzi, cinema, videogiochi)
- Merchandising e rievocazioni storiche
- Manuali scolastici e materiali didattici semplificati
- Uso politico della storia nazionale e culturale
- Percorsi turistici e storytelling territoriale
Questi veicoli moltiplicano immagini semplici e persuasive, più facili da vendere o manipolare rispetto a storie basate su documentazione complessa e contesti locali.
Un lavoro di lunga data sul rapporto scuola-società
Da decenni Sergi lavora per contrastare questa semplificazione, ben prima che termini come public history entrassero nel vocabolario italiano. Negli anni Settanta e Ottanta ha messo in discussione modelli consolidati nell’insegnamento universitario e ha collaborato con insegnanti per introdurre l’analisi dei documenti storici nelle aule.
Alcuni testi e iniziative hanno avuto ampia diffusione: opere come L’idea di Medioevo (Donzelli, 2005) sono diventate punti di riferimento per corsi universitari, e corsi di aggiornamento per insegnanti hanno raccolto grande partecipazione. Tuttavia, l’impatto sulle pratiche didattiche non è stato uniforme e molte semplificazioni resistono.
Conseguenze concrete: scuola, politica, turismo
La diffusione di immagini fuorvianti non è un problema puramente culturale: produce effetti pratici. Quando i programmi e le Indicazioni per il curricolo — in particolare per la scuola primaria — si appoggiano a storiografie datate o escludono il lavoro sui documenti come «irrealistico», si tolgono strumenti efficaci per insegnare il rigore critico e si favorisce la diffusione di «conoscenze comode».

Per Sergi questo è un punto cruciale: la scuola dovrebbe abituare gli studenti a interrogare le fonti e a costruire strumenti interpretativi, non limitarsi a offrire racconti rassicuranti che danno soddisfazione immediata ma poco rigore.
Un panorama già catalogato
Altri studi recenti hanno mappato l’ampiezza del fenomeno. Marco Brando, per esempio, ha raccolto molte delle rappresentazioni mediate contemporanee in L’età di mezzo nei media italiani (Editrice Salerno, 2024), mostrando quanto siano diffuse e variegate le versioni semplificate del passato.
Le immagini del Medioevo che Sergi e altri criticano compaiono ovunque: nei musei che puntano al grande pubblico, nelle guide turistiche che valorizzano itinerari «medievali», nelle serie televisive e nei prodotti culturali che privilegiano la narrazione spettacolare.
Perché leggere questo libro oggi
Stiamo tornando al Medioevo non è soltanto una ricognizione di errori e miti: è un invito ad assumere responsabilità professionale e civica nella comunicazione del passato. Il tema resta attuale perché tocca la formazione delle nuove generazioni e la qualità del dibattito pubblico.
Leggere il libro può servire a:
- capire come si costruiscono gli stereotipi storici;
- recognoscere le loro funzioni politiche ed economiche;
- ritrovare strumenti didattici per insegnare il passato con rigore;
- difendersi dalla semplificazione quando si consumano prodotti culturali.
In tempi in cui la storia viene spesso usata come strumento identitario o di marketing, il richiamo di Sergi è concreto: smontare i miti non è un vezzo accademico, ma un elemento fondamentale per difendere l’autonomia del sapere storico e la qualità del dibattito pubblico.












