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Paweł Pawlikowski torna in sala con Fatherland, un film che riapre la discussione su identità e appartenenza nel dopoguerra europeo: la pellicola — presentata a Cannes dove il regista ha condiviso il premio per la miglior regia — porta sullo schermo il ritorno di Thomas Mann in una Germania frammentata, e offre uno specchio per le divisioni di oggi. Perché questo conta ora: il film rilancia il dibattito sul senso di casa in un’epoca di spostamenti continui e polarizzazione digitale.
Tra storia privata e contesto politico
Fatherland segue il viaggio di Thomas Mann accompagnato dalla figlia Erika, lungo una Germania ancora divisa. Il regista costruisce una narrazione che alterna scene pubbliche e intime per interrogare come il trauma storico si rifletta nelle relazioni familiari.
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Nel film la scelta politica diventa tensione personale: membri della stessa famiglia si trovano incapaci di aderire a una sola verità. La rappresentazione insiste su dettagli sensoriali — odori, suoni, paesaggi — per restituire la concretezza di un’epoca che oggi percepiamo sempre più filtrata dai media e dagli algoritmi.
Il punto di vista del regista
Intervistato in occasione della presentazione romana del film, Pawlikowski ha collegato il tema del ritorno alle proprie esperienze di vita. Nato in Polonia, vissuto per anni all’estero, il regista parla del senso di perdita che accompagna chi lascia il luogo della propria formazione. Ha descritto una familiarità con la difficoltà di ritrovare una lingua e uno spazio di appartenenza dopo l’esilio.
Pur vivendo oggi a Varsavia, il regista definisce la sua patria come qualcosa di più ampio: «Europa», ha spiegato, sottolineando che i ricordi della Polonia della sua infanzia sono cambiati e che la memoria stessa può trasformare i fatti in narrazione.
Perché un film su Thomas Mann, e perché adesso
Pawlikowski non ha voluto firmare un ritratto biografico convenzionale. La scelta di concentrarsi sul viaggio e sui rapporti familiari — in particolare sulla figura della figlia Erika, meno prevedibile rispetto alla moglie Katia — nasce dalla ricerca di tensione drammatica e ambivalenze emotive che permettono di leggere il passato alla luce del presente.
Il regista cita la complessità delle opere di Mann come uno stimolo: non tanto per celebrare il grande autore, quanto per usare la sua esperienza come lente per interrogare la relazione tra arte, storia e identità.
- Titolo: Fatherland
- Regia: Paweł Pawlikowski
- Protagonisti: August Diehl (Thomas Mann), Sandra Hüller (Erika)
- Premi: miglior regia a Cannes (ex aequo)
- Distribuzione: al cinema in Italia con MUBI
- Temi principali: esilio, memoria, divisione europea, conflitto familiare
Un film che parla anche al presente digitale
Il regista ha tracciato un confronto netto tra il mondo sensoriale della metà del secolo scorso — fatto di frontiere visibili e di separazioni tangibili — e l’epoca contemporanea, dominata da conflitti che si sviluppano soprattutto online. Secondo Pawlikowski, la piattaforma digitale amplifica convinzioni opposte e rende più difficile percepire sfumature e contraddizioni umane.

Lo spostamento dal conflitto visibile a quello algoritmico cambia anche il modo in cui viviamo la politica e la memoria: non è solo una questione storica, ma una conseguenza delle nuove forme di socialità e informazione.
Come guardare il film
Fatherland non propone risposte semplici. Chi entrerà in sala troverà una storia che privilegia l’ambiguità e la complessità psicologica più della spiegazione lineare degli eventi. È una scelta narrativa che invita lo spettatore a riflettere sul rapporto tra cronaca storica e vissuto personale.
Per gli spettatori interessati ai temi dell’identità, dei confini e del rapporto tra arte e politica, il film offre spunti di discussione attuali, utili per ripensare anche le fratture del presente.
In chiusura, Pawlikowski ha definito la propria pratica artistica come la costruzione di una sorta di «patria professionale», un luogo fatto di progetti, persone e relazioni creative che tengono insieme memoria e presente.











