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Cinque anni dopo il ritorno dei talebani, l’assistenza ostetrica in Afghanistan resta gravemente compromessa: difficoltà economiche, limitazioni ai diritti delle donne e servizi sanitari frammentati mettono a rischio mamme e neonati. Un nuovo rapporto di EMERGENCY presentato il 6 settembre a Reggio Emilia ricostruisce barriere concrete che continuano a impedire cure essenziali durante gravidanza, parto e periodo postnatale.
Un quadro che non migliora
Secondo il dossier, la combinazione di tagli ai finanziamenti internazionali, calamità naturali e restrizioni sociali sta peggiorando una crisi già profonda. In numeri: oltre 21 milioni di persone richiedono assistenza umanitaria e circa 14,4 milioni necessitano di cure mediche — con effetti sproporzionati su donne e bambini.
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EMERGENCY, attiva in Afghanistan dal 1999, ha raccolto dati nelle sue strutture e in realtà pubbliche, intervistando personale sanitario di 32 strutture e conducendo discussioni nelle comunità. Le osservazioni provengono soprattutto dal Centro maternità di Anabah, nella valle del Panshir, e dalle cliniche di base in cinque province.
Barriere economiche e accesso ai servizi
Le spese che gravano sulle famiglie emergono come il primo ostacolo: anche dove le prestazioni dovrebbero essere gratuite, spesso è necessario rivolgersi al privato per esami o consulenze specialistiche, con costi insostenibili. Questo porta molte donne a ritardare o rinunciare alle visite ostetriche.

La rete diagnostica è limitata: in molte cliniche di base manca persino l’ecografo, mentre servizi come terapie intensive, banche del sangue e diagnostica avanzata sono concentrati in pochi centri, che diventano rapidamente sovraffollati.
Carenze logistiche
La disponibilità di mezzi di trasporto adeguati è un altro punto critico. Le ambulanze operative 24 ore su 24 sono attive solo in circa un terzo delle strutture rilevate; nelle aree rurali le difficoltà stradali e i costi rendono spesso impraticabile il trasferimento tempestivo in caso di emergenza ostetrica.

Il risultato è netto: in 17 delle 18 strutture primarie esaminate le pazienti non riescono ad accedere in tempo alle cure, principalmente per motivi economici e logistici.
Mancanza di personale femminile
Una delle conseguenze più gravi delle restrizioni imposte negli ultimi anni è la progressiva riduzione delle professioniste sanitarie. Nelle 18 strutture primarie al di fuori della rete EMERGENCY è stata rilevata la presenza di una sola dottoressa. Questo deficit è legato ai divieti di accesso all’università e alle specializzazioni, che impediscono la formazione di nuove ginecologhe e ostacolano la qualità delle cure.
Per ragioni culturali molte pazienti preferiscono essere curate da donne; in assenza di specialiste, ostetriche e personale non specialistico si trovano spesso a gestire complicazioni senza il supporto necessario.
Un vuoto pericoloso: il periodo postnatale
Il periodo immediatamente successivo al parto è identificato come il punto più fragile del percorso di cura. In 25 delle 28 strutture analizzate la dimissione avviene entro sei ore dal parto, ben al di sotto delle 24 ore consigliate. La scarsità di controlli postnatali e la limitata consapevolezza comunitaria sulle cure dopo il parto lasciano neonati e madri esposti a rischi evitabili.
La combinazione di dimissioni precoci, mancanza di follow-up e carenze nelle conoscenze sanitarie locali crea una lacuna che amplifica mortalità e morbilità materna e neonatale.
| Barriera | Impatto su madri e neonati | Estensione rilevata |
|---|---|---|
| Costi di trasporto e medicinali | Ritardo o rinuncia alle visite; trattamenti incompleti | 17/18 strutture primarie segnalano accesso limitato |
| Assenza di diagnostica di base (ecografia) | Complicanze non diagnosticate; ricoveri tardivi | Ecografia assente nella quasi totalità delle cliniche di base |
| Mancanza di personale femminile | Minor fiducia e peggior gestionede delle emergenze ostetriche | Solo 1 delle 18 strutture primarie dispone di una dottoressa |
| Trasporti di emergenza insufficienti | Ritardi critici nei trasferimenti; rischio aumentato di mortalità | Ambulanze attive 24/7 in circa 1/3 delle strutture |
| Dimissioni premature | Controlli postnatali mancati; complicanze non riconosciute | Dimissione entro 6 ore in 25/28 strutture |
Perché conta per il pubblico oggi
Questa situazione ha ricadute oltre i confini afghani: un peggioramento della salute materna segnala collasso dei servizi essenziali e richiede attenzione urgente da parte degli attori internazionali. Le decisioni su finanziamenti, cooperazione sanitaria e protezione dei diritti delle donne influenzeranno direttamente la possibilità di ridurre mortalità e disabilità legate al parto.
Francesca Bocchini di EMERGENCY ha sottolineato a Reggio Emilia che, senza investimenti mirati e la ripresa della formazione femminile in medicina, le carenze resteranno strutturali e difficili da colmare.
Cosa può cambiare
- Ripristinare finanziamenti e servizi essenziali nelle aree più marginali.
- Supportare programmi di formazione per professioniste sanitarie afghane.
- Potenziare mezzi di trasporto d’emergenza e la disponibilità di diagnostica di base.
- Promuovere campagne di informazione sulle visite postnatali nelle comunità locali.
Il report presentato il 6 settembre fotografa criticità concrete e sostenibili solo con interventi coordinati: serve una risposta che combini assistenza immediata e investimenti a lungo termine per restituire alle donne afghane un accesso sicuro e dignitoso alla maternità.












