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Human Rights Watch avverte che decine di cittadini etiopi detenuti in Arabia Saudita rischiano la pena capitale per reati legati alla droga, mentre il governo saudita ha eseguito tre condanne il 21 aprile 2026. La questione ha ricadute immediate su migliaia di migranti e solleva interrogativi su procedure giudiziarie, accesso consolare e responsabilità internazionale.
Beirut. L’organizzazione per i diritti umani ha dichiarato che almeno 65 etiopi sono in attesa di esecuzione per accuse legate al traffico di sostanze stupefacenti, e che la recente esecuzione di tre detenuti della stessa nazionalità riaccende l’allarme sul trattamento riservato ai migranti in Arabia Saudita. Nadia Hardman, ricercatrice senior di Human Rights Watch, ha sollecitato i partner internazionali del Regno a intervenire con urgenza per evitare nuove esecuzioni.
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Le persone coinvolte, secondo le indagini di Human Rights Watch, sono in prevalenza rifugiati in fuga dalla guerra nella regione del Tigray (2020‑2022). Molti avrebbero percorso la pericolosa rotta attraverso il Golfo di Aden e lo Yemen, con l’obiettivo di trovare occupazione in Arabia Saudita.
Fonti informate sulla loro situazione hanno raccontato che alcuni migranti sono stati costretti o indotti a trasportare khat per finanziare il viaggio. In alcune segnalazioni emerge il ruolo dei trafficanti che impongono il trasporto della pianta come condizione per consentire il passaggio dalla penisola arabica.
Questioni proceduralI e condizioni in carcere
Secondo le testimonianze raccolte, gli arresti sarebbero avvenuti tra il 2023 e il 2024 nella provincia di Abha; i detenuti sarebbero poi stati trasferiti in diverse strutture fino al penitenziario di Khamis Mushait, nella regione di Asir.
Durante i processi, riferiscono le fonti, gli imputati avrebbero sostenuto udienze collettive molto brevi, spesso senza difensore e senza interprete. A un interprete sarebbe stato consentito di intervenire soltanto nell’ultima udienza, quando è stata notificata la condanna a morte. Emergerebbero anche accuse di violenze fisiche e di firme imposte su documenti non compresi dagli imputati.
- Numero a rischio: circa 65 etiopi condannati a morte per reati connessi alla droga.
- Esecuzioni recenti: tre detenuti etiopi giustiziati il 21 aprile 2026, secondo fonti attendibili.
- Procedure contestate: udienze collettive, assenza di avvocati e interpreti, possibili confessioni estorte.
- Consulari: i detenuti non avrebbero ricevuto visite o contatti dalle autorità consolari etiope.
- Contesto legale: il principio attivo del khat, il catinone, è proibito in Arabia Saudita ma non in alcune aree di origine come Etiopia e Yemen.
Le fonti citano inoltre che i carcerieri avrebbero annunciato ai restanti detenuti l’esecuzione dei tre compagni, costringendoli a informare i familiari e generando panico all’interno delle celle. Gli imputati non avrebbero avuto la possibilità di impugnare le sentenze.
Numeri e trend recenti
Il Regno ha registrato un picco nelle esecuzioni: 345 nel 2024 e 356 nel 2025, con un forte aumento delle esecuzioni di cittadini stranieri per reati non violenti legati alle droghe. Secondo le stime riportate dai media, a Khamis Mushait potrebbero essere oltre 200 gli etiopi in attesa della pena capitale, anche se Human Rights Watch non ha potuto verificare tale cifra in modo indipendente.
Da quando re Salman è sul trono (2015) e Mohammed bin Salman è diventato principe ereditario (2017), il totale delle esecuzioni supera le 2.000 persone, un dato che contraddice le dichiarazioni pubbliche sull’intenzione di ridurre l’uso della pena di morte.
Perché conta oggi
La vicenda ha conseguenze pratiche immediate: mette a rischio la vita di rifugiati e lavoratori migranti, solleva criticità sul rispetto dei diritti fondamentali nei processi penali e apre un fronte diplomatico per i Paesi di origine. Per le organizzazioni umanitarie e i governi partner la questione è anche un banco di prova sull’efficacia della pressione internazionale in casi che coinvolgono punizioni capitali contro stranieri.
Human Rights Watch chiede interventi urgenti da parte di governi e organismi internazionali per ottenere accesso consolare, garanzie processuali e una sospensione delle esecuzioni in attesa di un riesame equo dei casi.
In Arabia Saudita vivono e lavorano centinaia di migliaia di cittadini etiopi: la sorte di questi detenuti non riguarda solo le famiglie direttamente coinvolte, ma anche le comunità migranti, le relazioni diplomatiche e le politiche migratorie regionali.
Chi segue la questione dovrà monitorare nei prossimi giorni eventuali reazioni diplomatiche, dichiarazioni ufficiali di Riad e possibili richieste di revisione delle sentenze, che potrebbero influenzare l’andamento delle esecuzioni e la protezione dei diritti dei migranti nel Golfo.











