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Un dossier dell’Onu presentato a Ginevra avverte che il numero di ordigni inesplosi nelle aree di conflitto è in aumento, mettendo a rischio soprattutto i civili più vulnerabili. La denuncia arriva dall’unità antimine dell’Onu: a fronte di minori risorse e di un’escalation dei combattimenti, la capacità di bonifica non riesce a tenere il passo e la popolazione paga il prezzo più alto.
Kazumi Ogawa, a capo del Servizio delle Nazioni Unite per l’azione contro le mine (UNMAS), ha definito il quadro attuale «senza precedenti» nella sua esperienza: nuovi conflitti e finanziamenti in calo limitano le operazioni di sminamento proprio quando il bisogno cresce. I dati citati nel rapporto indicano che ogni anno le mine e gli ordigni inesplosi causano tra le 15.000 e le 20.000 vittime, con almeno il 20% dei feriti o uccisi rappresentato da bambini.
Un rischio immediato in aree come Gaza
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Nel caso della Striscia di Gaza, il dossier segnala che circa il 90% delle persone ferite da ordigni esplosivi sono civili e che molti tra loro sono minori. Le stime di UNMAS indicano che tra il 5% e il 10% delle munizioni impiegate nell’ultimo conflitto non hanno detonato: se queste non vengono rimosse, basterà un gesto innocente di un bambino per causare una nuova esplosione.
Gli specialisti sul campo riescono a localizzare e mettere in sicurezza molti residui esplosivi, ma non dispongono sempre dei mezzi per distruggerli definitivamente. Il risultato è che ordigni e mine restano accumulati tra le macerie, dove passano quotidianamente famiglie e bambini costretti a muoversi in spazi parzialmente bonificati.
Tagli ai fondi e conseguenze pratiche
Secondo l’Onu, la minore disponibilità di risorse è direttamente collegata alla riallocazione di bilanci pubblici verso la spesa per la difesa: quando i governi destinano più risorse ai militari, calano quelle destinate alla cooperazione internazionale e agli aiuti umanitari.
Le ripercussioni sono concrete. In Afghanistan, ad esempio, il dossier sottolinea che ogni giorno un bambino muore per incidenti con mine. In Siria la situazione è ancora più drammatica: mentre la media globale nei luoghi post-conflitto si attesta intorno a 300 decessi all’anno per ordigni inesplosi, in Siria si registrano cifre dell’ordine di 200 vittime a settimana.
| Area | Stima ordigni inesplosi | Impatto principale | Intervento evidenziato |
|---|---|---|---|
| Gaza | 5–10% delle munizioni impiegate | 90% dei feriti sono civili; molti bambini | Bonifica e isolamento; mancano risorse per distruzione definitiva |
| Siria | Ampia disseminazione post‑conflitto | ~200 morti a settimana per ordigni | Operazioni di sminamento intensivo e assistenza vittime |
| Afghanistan | Elevata presenza di mine storiche | Incidenti quotidiani, inclusi bambini | Educazione al rischio e rimozione mirata |
| Colombia | Settori rurali con ordigni residui | Ostacolo alla riattivazione economica | Programmi di reinserimento di ex combattenti nelle attività di sminamento |
Modelli e risposte possibili
Il dossier indica anche percorsi praticabili per ridurre il rischio e accelerare la ripresa delle comunità colpite. Alcune misure chiave raccomandate sono sintetizzate qui sotto.
- Rafforzare il finanziamento internazionale alle azioni di sminamento e alla formazione di squadre locali.
- Dotare le unità antimine di strumenti per la distruzione sicura degli ordigni, non solo per il loro isolamento.
- Avviare programmi di sensibilizzazione nelle scuole e nelle comunità per ridurre gli incidenti tra i bambini.
- Integrare ex combattenti nelle operazioni di bonifica, come già sperimentato con risultati positivi in Colombia.
- Sostenere le vittime con servizi sanitari e programmi di reinserimento economico per mitigare il costo sociale ed economico a lungo termine.
La presenza di ordigni inesplosi non è solo un problema di emergenza: frena la ricostruzione, limita l’accesso all’agricoltura e ai servizi, e pesa sulle finanze pubbliche per decenni. Conflitti nuovi o riacutizzati e risorse in calo trasformano il rischio in una minaccia persistente che tocca in prima persona i civili.
Per questo, avverte UNMAS, intervenire ora è essenziale: aumentare i fondi, migliorare le capacità operative e promuovere approcci di reintegrazione possono ridurre vittime e permettere alle comunità di riprendersi più rapidamente.












