Stipendi dei CEO moltiplicati per 20 in 1.500 aziende: boom e allarme disuguaglianze

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Un nuovo rapporto pubblicato da Oxfam e dall’International Trade Union Confederation, diffuso in vista della Festa dei Lavoratori, fotografa un divario salariale che si è ampliato drasticamente tra il 2019 e il 2025: mentre le retribuzioni dei vertici aziendali sono cresciute in modo marcato, i salari medi globali sono arretrati. Questa frattura ha effetti concreti su tenuta sociale, potere d’acquisto e stabilità democratica, e pone interrogativi urgenti anche per l’Italia.

Numeri che raccontano la distanza

Secondo l’analisi, la remunerazione media degli amministratori delegati delle grandi corporation è aumentata del 54% in termini reali tra il 2019 e il 2025, mentre il salario medio globale nello stesso periodo si è ridotto del 12%. Nel solo 2025 i compensi dei top manager sono saliti, in media, dell’11% in termini reali, a fronte di una crescita dello 0,5% del salario medio globale.

Il rapporto sottolinea alcune soglie simboliche: quattro amministratori delegati hanno ricevuto oltre 100 milioni di dollari nel 2025 e uno, alla guida di Broadcom, ha superato i 205 milioni. Nel complesso i dieci AD più pagati hanno incassato oltre 1 miliardo di dollari.

Principali indicatori dal rapporto Oxfam–ITUC (2019–2025)
Voce Dato
Crescita media compensi AD +54%
Variazione salario medio globale -12%
Giornate lavorate “non retribuite” per lavoratore (2020–2025) 108 giornate
Anni necessari a un lavoratore per pareggiare il guadagno di un AD (2025) 490 anni
Totale dividendi globali distribuiti (2025) 2.100 miliardi di dollari
Quota dividendi incassata dall’1% ~900 miliardi
Percentuale di AD donne tra le 1.500 società analizzate 6%
Gap retributivo di genere medio 16%
Variazione salari reali in Italia rispetto al 2021 -7,8%

Cosa significa per i lavoratori

La proiezione più incisiva è pratica: tenendo conto delle perdite di potere d’acquisto registrate anno dopo anno, un lavoratore medio avrebbe lavorato senza ricevere salario per 108 giorni pieni tra il 2020 e il 2025. In termini comparativi, l’analisi stima che per accumulare lo stesso reddito percepito da un singolo amministratore delegato nel 2025 servirebbero quasi cinque secoli di lavoro salariale.

Questi divari non riguardano solo il reddito da lavoro. Nel 2025 i grandi azionisti e i miliardari hanno ottenuto pagamenti da dividendi estremamente rilevanti: circa 79 miliardi di dollari distribuiti a quasi 1.000 miliardari esaminati, con nomi come Bernard Arnault e Amancio Ortega tra i maggiori beneficiari.

  • Conseguenza economica: maggiore concentrazione di ricchezza riduce domanda e crescita salariale per il resto della popolazione.
  • Conseguenza sociale: aumento del lavoro povero e contrazione del potere d’acquisto, con ricadute su consumi e servizi pubblici.
  • Conseguenza politica: potere economico concentrato che può incidere sulle libertà di informazione e sulle regole del mercato del lavoro.

Questioni di democrazia e controllo dei media

Il rapporto segnala casi in cui ricchezza e influenza finanziaria hanno avuto risvolti politici e mediatici: acquisizioni azionarie che hanno rafforzato il controllo su emittenti televisive e piattaforme dell’informazione in diverse nazioni. Vengono inoltre citate denunce per pratiche aziendali che, secondo le ONG, comprimerebbero i diritti dei lavoratori, tra cui «sorveglianza digitale» e ostacoli alla sindacalizzazione.

Non mancano esempi concreti: acquisizioni che hanno cambiato assetti proprietari dei media e reclami formali presentati alle Nazioni Unite contro grandi catene di distribuzione per presunte violazioni dei diritti sul lavoro.

Il caso italiano

L’Italia emerge nel rapporto tra i pochi Paesi OCSE dove i salari reali nel 2025 restano sotto i livelli del 2021, con una contrazione stimata del 7,8%. Nel lungo periodo la crescita salariale italiana è rimasta debole rispetto a grandi economie europee: mentre Paesi come Germania e Francia hanno aumentato il salario medio reale di circa il 30% negli ultimi trent’anni, l’Italia ha visto una flessione.

La stagnazione si accompagna a un aumento del lavoro povero: la quota di occupati a bassa retribuzione nel privato è salita dal 26,7% al 31,1% tra il 1990 e il 2018; nello stesso arco la percentuale di dipendenti con paga oraria sotto i 9 euro è passata dal 39,2% al 46,4%.

Le reazioni e le richieste

Dal mondo delle ONG e dei sindacati arrivano appelli a rivedere regole fiscali, meccanismi di retribuzione dei vertici aziendali e politiche di redistribuzione, per contenere la concentrazione di ricchezza e rafforzare la contrattazione salariale. In Italia si sottolinea l’urgenza di misure che contrastino il lavoro povero e rilancino la crescita dei salari reali.

Un portavoce di Oxfam Italia ha definito inaccettabile la situazione di ampia disparità tra gli aumenti dei profitti e le condizioni di milioni di lavoratori, richiamando l’esigenza di politiche pubbliche più incisive per riequilibrare il rapporto tra capitale e lavoro.

Perché conta oggi

Con l’economia globale ancora alle prese con eredità della pandemia, inflazione e tensioni sui mercati energetici, la distribuzione del reddito influenza direttamente consumi, stabilità sociale e fiducia nelle istituzioni. Le cifre del rapporto Oxfam–ITUC offrono una mappa immediata delle tensioni in atto e indicano i punti su cui governi, imprese e sindacati dovranno intervenire se si vuole evitare un ulteriore allargamento delle disuguaglianze.

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