Profitti miliardari alimentano guerre e povertà: il conto ricade sui cittadini

Mostra sommario Nascondi sommario

Conflitti recenti e l’escalation in corso stanno azzerando progressi decennali nella lotta alla povertà e riallocando risorse pubbliche verso gli armamenti: l’effetto è aumento della miseria per milioni di persone e profitti record per poche aziende. Quello che succede oggi alla spesa militare e ai bilanci sociali avrà ripercussioni immediate su prezzi, alimenti ed energia, e quindi sulla vita quotidiana di vaste popolazioni.

Povertà in crescita nelle zone di guerra

I dati più recenti segnalano una forte relazione tra conflitto e aumento della povertà estrema: progressi ottenuti con fatica sono stati in gran parte cancellati, soprattutto nei paesi direttamente coinvolti o nelle loro aree limitrofe. Secondo analisi internazionali, 39 economie fragili mostrano un aumento particolarmente rapido delle persone costrette a vivere con meno di 2,15 dollari al giorno, con ricadute anche sulla sicurezza alimentare.

Il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) e la Banca Mondiale avvertono che lo scontro militare in Medio Oriente e altre crisi potrebbero spingere decine di milioni di persone oltre la soglia della sopravvivenza, per effetto diretto di shock energetici, impennate dei prezzi e cali dell’attività economica.

Numeri chiave (rapida lettura)

  • 39 economie fragili con forte crescita della povertà estrema.
  • Proiezione per il 2030: circa 435 milioni di persone in povertà estrema a causa dei conflitti (quasi il 60% dei 700 milioni attualmente senza risorse).
  • L’UNDP stima che l’escalation in Medio Oriente nel 2026 possa aggiungere oltre 30 milioni di persone in condizioni di marginalità globale.
  • Nel 2025 la povertà nei territori palestinesi ha raggiunto quasi il 40%.
  • Spesa militare mondiale 2025: circa 2.887 miliardi di dollari (record).
  • Ricavi delle prime 100 aziende del settore bellico nel 2024: 679 miliardi di dollari, +5,9% rispetto all’anno precedente.

Questi numeri spiegano perché molti indicatori di sviluppo sono tornati indietro: istruzione, salute pubblica e investimenti per il clima vengono progressivamente depotenziati quando i governi aumentano la spesa per la difesa.

Chi guida la corsa al riarmo

I report dello SIPRI indicano che Stati Uniti, Russia e Cina coprono quasi il 60% della spesa militare globale, mentre l’Europa nel suo complesso ha aumentato i fondi per la difesa del 14% nel 2025. A livello regionale, l’incremento più marcato si è visto in Europa centrale e occidentale (+16%).

Tra i singoli paesi, la Germania ha segnato un aumento del 24% arrivando a circa 114 miliardi di dollari, la Polonia +23% e la Spagna registra il maggior balzo percentuale tra i grandi con un +50%. L’Italia, con un +20%, è entrata di diritto nella top 15 mondiale per spesa militare.

Il totale dei 32 paesi della NATO si è avvicinato a circa 1.581 miliardi di dollari, con i membri europei che contribuiscono per circa 559 miliardi (il 35% dell’Alleanza).

Due esempi che fotografano l’impatto

L’Ucraina ha speso nel 2025 circa 84,1 miliardi di dollari per la difesa, una crescita netta rispetto all’anno precedente che l’ha collocata al settimo posto nella classifica SIPRI. Israel ha destinato invece circa 48,3 miliardi, una cifra inferiore al picco precedente ma comunque molto elevata sul piano storico e per capita.

Messi insieme, i due paesi hanno impegnato oltre 132 miliardi di dollari in un solo anno: risorse che avrebbero potuto sostenere servizi sociali e ricostruzione in contesti colpiti dalla guerra.

Profitti concentrati e conseguenze sociali

La Rete Italiana Pace e Disarmo sottolinea come l’aumento dei conflitti si traduca anche in profitti eccezionali per pochi attori industriali e finanziari. Lo stesso SIPRI mostra un aumento dei ricavi delle principali aziende belliche, un fenomeno che accentua la polarizzazione economica e rende più difficile la riconversione produttiva verso settori civili.

Le implicazioni pratiche per i cittadini sono immediate: inflazione sui beni di prima necessità, interruzioni nelle catene di approvvigionamento, rincari energetici e una minore capacità dei governi di finanziare sanità, istruzione e misure per il clima.

Quali scenari per il prossimo futuro

Se non cambia la traiettoria delle politiche internazionali, la combinazione tra aumento dei conflitti e aumento della spesa per la difesa rischia di consolidare nuove disuguaglianze e di ostacolare il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo per centinaia di milioni di persone.

Al tempo stesso, le analisi che emergono da Banca Mondiale, UNDP e centri di ricerca indipendenti segnalano la necessità di rimettere al centro la diplomazia e gli investimenti civili per mitigare gli shock attuali e prevenire un ulteriore peggioramento delle condizioni di vita a scala globale.

Dai il tuo feedback

Sii il primo a votare questo post
o lascia una recensione dettagliata



IschitellaGargano.com è un media indipendente. Sostienici aggiungendoci ai preferiti di Google News:

Pubblica un commento

Pubblica un commento