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Milano è diventata un laboratorio che mostra in modo netto quanto possano allargarsi le distanze sociali anche sotto amministrazioni dichiaratamente progressiste: abitazione, clima e servizi pubblici stanno ridefinendo chi può davvero vivere nella città. Lo hanno discusso a Milano il giornalista Ferdinando Cotugno e lo scrittore Jonathan Bazzi durante l’incontro Le sfide di Domani, indicando rischi concreti e proposte pratiche.
All’incontro, moderato da Youssef Hassan Holgado, è emerso un quadro in cui la crescita economica e la riqualificazione urbana convivono con una fortissima concentrazione di ricchezza. Secondo i relatori, questo fenomeno amplifica il divario tra chi beneficia della città e chi invece ne subisce i costi.
Un mercato immobiliare francamente sproporzionato
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Per molte famiglie la vita in città è ormai segnata da rapporti di forza sbilanciati rispetto ai proprietari e da affitti che consumano gran parte del reddito. A Milano il peso economico dell’abitare è tale da rendere difficile la permanenza per chi non può contare su reti familiari o risparmi.
I prezzi al metro quadro hanno superato quelli di molte città europee di riferimento, mentre gli stipendi restano ancorati ai livelli nazionali: il risultato è una doppia velocità che separa quartieri e stili di vita.
Secondo i partecipanti, questa dinamica genera una città “a compartimenti”: ambiti di elevato benessere convivono con aree dove mancano servizi essenziali e opportunità di mobilità sociale.
Clima, verde e disuguaglianze
Il nodo ambientale è intrecciato a quello sociale: mappe del calore urbano e della presenza di spazi verdi coincidono spesso con la distribuzione della ricchezza. Questo crea un fenomeno che i relatori hanno definito come proletariato climatico, ovvero persone costrette a restare in aree più vulnerabili alle ondate di calore e ad altri impatti climatici.
Con l’arrivo annunciato di un possibile super El Niño, i rischi aumentano. In molte ricerche europee Milano figura tra le città dove la mortalità legata al caldo è più alta: se il costo dell’energia è elevato, molti non possono permettersi l’aria condizionata nelle giornate più calde.
- Disparità di accesso al verde e alle infrastrutture di raffrescamento
- Prezzi dell’energia che limitano l’uso dei sistemi di climatizzazione
- Mancanza di politiche locali che colleghino protezione climatica e giustizia sociale
Periferie ignorate, centro privilegiato
Il fascino del centro, con le sue offerte culturali e commerciali, richiama sempre più persone, ma non è detto che questo sia positivo per tutti. Molti giovani e famiglie delle aree periferiche raggiungono il centro solo per servizi che altrove non esistono, subendo però l’esclusione dalle decisioni che riguardano il loro futuro.
Lo scrittore intervenuto, cresciuto in una cittadina della cintura milanese, ha raccontato come l’accesso a librerie o cinema attraverso i mezzi pubblici abbia rappresentato una via di fuga, ma anche di come la città dell’autopromozione renda difficile parlare delle proprie fragilità.
Le periferie, osservano i relatori, sopravvivono in larga parte nell’ombra dell’opinione pubblica: non producono visibilità e quindi spesso non entrano nell’agenda politica.
Cosa chiedono i relatori: misure concrete
Dal confronto sono emerse proposte pratiche e mirate, pensate per ridurre le disuguaglianze abitative e ambientali senza rinunciare alla sostenibilità.
- Ripubblicizzazione o regole più stringenti per la gestione dei servizi posti in concessione, come piscine e impianti sportivi, per mantenerli accessibili
- Investimenti mirati nelle zone più svantaggiate per educazione, salute mentale e formazione professionale
- Sostegni al raffrescamento domestico e prezzi energetici calmierati per i nuclei più vulnerabili
- Piani di verde urbano che privilegino le aree con minor copertura vegetale
- Politiche abitative che limitino la speculazione e favoriscano l’affitto sostenibile
Per Cotugno, non basta la “vetrina” delle ristrutturazioni: servono interventi che cambino davvero le condizioni materiali della vita nelle zone più colpite. Bazzi ha insistito perché i fondi siano spesi dove la domanda è più alta e le risposte storicamente più carenti.
Vite private, scelte pubbliche
Il dibattito ha toccato anche dimensioni personali: chi vive in città è costretto a negoziare quotidianamente tra aspirazioni e limiti pratici. Per alcuni la scelta di restare o di andare via passa anche da motivi intimi — come il rapporto con gli affetti o con gli animali domestici — che possono far rivedere priorità e bisogni.
I relatori hanno chiuso richiamando la necessità di guardare alla città nella sua complessità: non solo come somma di progetti iconici, ma come rete di persone con bisogni diversi. Un monito semplice e serrato: l’ambiente costruito plasma le possibilità di chi lo abita, e la politica dovrebbe renderlo evidente intervenendo dove la precarietà è più radicata.












