Un nuovo libro di Claudio Cumani riapre la memoria su una redazione e su una città che hanno vissuto momenti decisivi della storia italiana: tra gli anni di piombo e la commemorazione del 2 agosto, il racconto mette a fuoco come il passato continui a modellare il presente, oggi segnato anche dalla pandemia. Questo testo non è solo un tuffo nel mestiere del giornalismo, ma una riflessione sul tempo che passa e sui modi in cui una comunità elabora il lutto e la nostalgia.
Chi conosce il lavoro di Claudio Cumani sa quanto la sua penna sappia dosare ironia e mestiere; in questo romanzo la voce narrante, Millo, diventa il perno attorno a cui ruotano volti e abitudini di una redazione che ricorda da vicino i corridoi del Resto del Carlino e del Quotidiano Nazionale. È un affresco collettivo, popolato di figure riconoscibili e di piccoli riti professionali — l’«Ufficio Province», lo Stanzone — che fungono da specchio di un’epoca.
L’ambientazione principale è il 1980, un anno che segna la fine di una stagione politica violenta e l’inizio di altre tragedie: dal sequestro e omicidio di Aldo Moro a fatti come l’assassinio di Walter Tobagi e la strage di Ustica, fino alla ferita di Bologna. Cumani non ricostruisce cronache polverose: usa invece la memoria privata per esplorare come il lavoro giornalistico e la vita sociale si intrecciavano con il contesto nazionale.
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Quarant’anni dopo, nel 2020, la narrazione riparte dal giorno della commemorazione della strage alla stazione di Bologna. Il corteo non può muoversi per le restrizioni legate al Covid, e così Millo — ora in pensione e affiancato dalla compagna Trilly — rivive quei decenni seduto ai tavolini di un bar con altri «ex»: il Notaio, il Rettorino, l’Avvocato. Sono incontri che oscillano tra il vezzo evocativo e l’amara consapevolezza di chi ha visto cambiare tutto, anche il senso del proprio lavoro.
Lo stile del libro mescola leggerezza e introspezione: momenti di comicità fanno da cornice a pagine che sondano la solitudine, l’amore e la ripetitività della vecchiaia. Ci sono echi che richiamano la cultura popolare italiana — dal Bar Sport alle zingarate alla Monicelli — senza mai scadere nell’imitazione. Il risultato è un racconto che scorre agile ma resta pieno di sfumature.
Perché vale la pena leggerlo oggi
- Offre una lettura della storia recente attraverso il microcosmo della redazione, utile per capire come professioni e città si rispecchino a vicenda.
- Collega memorie personali e ricorrenze collettive (come il 2 agosto), mostrando come le commemorazioni si trasformano in tempo di pandemia.
- Propone una riflessione sull’età, il ruolo del giornalista e il modo in cui il passato continua a determinare pratiche e linguaggi professionali.
Tra battute pungenti e descrizioni in bianco e nero alternate a sprazzi di colore, Cumani costruisce un narratore credibile e affabile. Millo non è un eroe né un antieroe: è la figura nella quale molti lettori riconosceranno i propri ricordi, i propri rimpianti o le proprie occasioni mancate.
Non mancano, nel libro, pagine che interrogano il senso dell’amore in anni incerti e notti in osteria passate a cercare consolazione nell’arte o nella musica: il desiderio di scoprire «il Guccini di turno» diventa un piccolo simbolo del bisogno umano di sogni condivisi, anche quando il mondo esterno appare minaccioso.
La scrittura evita gli eccessi melodrammatici: la mano dell’autore è quella di chi ha passato una vita a raccontare notizie, mettendo sotto controllo anche i passaggi più dolorosi con un’ironia che non sminuisce però la profondità delle emozioni. È un equilibrio che rende la lettura piacevole e, al tempo stesso, significativa.
In conclusione, questo libro funziona come un diario corale dove la memoria professionale e quella privata si sovrappongono, restituendo il ritratto di una generazione e di una città. Più che una semplice celebrazione del passato, è un invito a considerare come la memoria continua a modellare le nostre scelte odierne.
Riccardo Jannello












