Oromia: milizie saccheggiano, civili in fuga e cresce l’allarme in Etiopia

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La guerra che da mesi infiamma il nord dell’Etiopia non è più un problema confinato al Tigray: i combattimenti e le paure si stanno allargando anche nelle regioni meridionali e centrali del Paese, colpendo civili e servizi già al limite. Il racconto diretto di un missionario che ha dovuto abbandonare la propria comunità mostra quanto rapidamente la crisi stia cambiando volto e impatto sul terreno.

«Abbiamo dovuto lasciare la missione dopo gli spari e ora siamo ad Hawasa», racconta padre Ramón Navarro Catalán, missionario comboniano spagnolo presente in Etiopia da oltre quarant’anni. La partenza è avvenuta dopo settimane di allerta e di notizie sullo spostamento di milizie che stanno guadagnando terreno nella zona.

Una regione sotto pressione

La comunità da cui il religioso è fuggito si trova a Haro Waato, nel sud dell’area di Oromia, vicino alla regione dei Sidama. Quella porzione di Paese — che circonda in buona parte la capitale Addis Abeba — è da tempo teatro di tensioni e scontri che ora si sommano alle ripetute ondate di violenza originate nel nord.

Villaggio rurale in evacuazione con persone che lasciano le case
Abitanti di una comunità rurale costretti a lasciare le loro case in cerca di sicurezza.

Le distanze geografiche che separano le località interessate non mitigano però gli effetti: le vie di comunicazione sono interrotte, gli sfollati si spostano verso centri urbani come Hawasa e la capacità delle autorità locali di gestire la crisi è messa a dura prova.

Il conflitto che riemerge

Il 23 settembre scorso la guerra nella regione del Tigray è tornata ad acuirsi, quattro anni dopo la fine ufficiale delle ostilità. Secondo diverse stime il conflitto ha già provocato un numero molto alto di vittime — fino a centinaia di migliaia — e numerosi abusi contro i diritti umani sono stati documentati.

L’accordo di pace firmato a Pretoria nel novembre 2022 non ha risolto tutti i punti critici: fragilità politiche, milizie locali e rivalità etniche hanno mantenuto vivo il rischio di nuove fiammate, che ora minacciano di propagarsi anche nelle regioni vicine come Amhara e Afar.

Alleanze mobili e rischio di contagio regionale

Il conflitto non è isolato: forze armate e milizie si muovono su scacchieri intrecciati, con coalizioni che nascono e si sciolgono. All’interno di questo mosaico, la presenza dell’esercito eritreo e il protrarsi della guerra nel vicino Sudan aumentano la probabilità di un’escalation che travalichi i confini etnici e amministrativi.

Strada polverosa con uomini armati in lontananza e veicoli in movimento
Movimenti di milizie e forze armate che aumentano il rischio di escalation regionale.

Particolarmente rilevante è il ruolo dell’Oromo Liberation Army (OLA)</strong), il braccio armato del movimento di rivendicazione Oromo, che negli ultimi mesi si è unito ad altri gruppi anti-governativi, compreso il TPLF. L’unità di intenti tra questi attori resta incerta, ma la loro collaborazione ha già alterato l’equilibrio delle tensioni interne.

Le radici del malessere nella regione di Oromia risalgono a decenni di marginalizzazione politica, malcontento economico e scontri tra gruppi armati locali e il governo centrale. L’elezione di Abiy Ahmed nel 2018, nato proprio in Oromia, aveva alimentato speranze di svolta; molte di queste aspettative, però, non hanno retto alla prova della realtà politica e militare.

Un Paese in difficoltà economica e umanitaria

L’impatto sociale ed economico è già drammatico. La Banca Mondiale segnala un aumento della povertà, con una percentuale di persone in condizione di indigenza che è salita significativamente nell’ultimo decennio. Allo stesso tempo le agenzie delle Nazioni Unite — tra cui FAO, WFP e IFAD — continuano ad allertare sulla crescente insicurezza alimentare.

  • Numero di persone che affrontano l’insicurezza alimentare: quasi 80 milioni secondo rapporti ONU.
  • Aumento della povertà: la percentuale di popolazione sotto la soglia di povertà è cresciuta in modo marcato rispetto ai dati precedenti.
  • Dipendenza dagli aiuti: molte comunità dipendono ormai in larga misura dai rifornimenti umanitari esterni.
  • Spostamenti interni: ondate di sfollati verso centri urbani e aree ritenute più sicure, con conseguenze su servizi, sanità e alloggi.

Per i cittadini, le conseguenze sono concrete: accesso all’acqua e al cibo sempre più difficile, scuole chiuse o trasformate in rifugi, strutture sanitarie sovraffollate o non funzionanti. Per i paesi vicini, il rischio è un aumento dei flussi di rifugiati e una maggiore instabilità transfrontaliera.

La situazione resta fluida: gli eventi degli ultimi giorni confermano che il conflitto si sta ridefinendo su nuovi fronti e che la risposta umanitaria dovrà essere rapidamente ricalibrata per far fronte a una domanda crescente di protezione e assistenza.

Di Brando Ricci per Nigrizia

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