Donne asiatiche in prima linea: la Fao celebra soluzioni per agricoltura sostenibile

La FAO ha scelto 100 donne che hanno trasformato pratiche agricole e filiere locali, mettendo in luce soluzioni concrete contro la povertà rurale e i danni ambientali: il riconoscimento arriva al centro del 2026, proclamato «Anno internazionale della donna agricoltrice», e ricorda perché il tema resta cruciale oggi. Dietro ogni storia c’è sia innovazione che una distanza da colmare: le donne costituiscono una quota significativa della forza lavoro agricola globale, ma continuano a subire limitazioni nell’accesso a risorse e mercati.

Perché conta adesso: il 15 ottobre, durante il World Food Forum a Roma, la FAO ha consegnato il riconoscimento che mette sotto i riflettori pratiche replicabili e ostacoli sistemici. Le candidature arrivate erano 609 da 131 Paesi, segno di una mobilitazione globale attorno al ruolo femminile nei sistemi agroalimentari.

Palco e pubblico durante un forum internazionale sul cibo a Roma
Il World Food Forum a Roma dove la FAO ha consegnato i riconoscimenti.

Una panoramica di impatti concreti

  • 41% della forza lavoro globale nei sistemi agroalimentari è femminile, ma le differenze di accesso a terra, credito e tecnologie rimangono marcate.
  • La produttività agricola delle donne registra un gap stimato del 24% rispetto agli uomini.
  • Nel lavoro agricolo salariato le donne guadagnano mediamente 82 centesimi per ogni dollaro percepito dagli uomini.

Dal territorio emergono progetti molto diversi, tutti con un elemento comune: trasformare vincoli locali in opportunità economiche e ambientali.

In India, a Sangau (Mizoram), ZT Lalrithangi ha creato un’impresa su due acri che unisce coltivazione di fragole, allevamento di pesci e pollame. Il modello integrato ha aumentato i redditi locali e favorito l’occupazione giovanile, oltre a diventare esempio di cooperazione tra produttori.

Bangladesh e Pakistan hanno storie parallele legate alla semina e alla filiera della cipolla: Bilkis Khatun nel nord del Bangladesh ha introdotto tecniche mirate a superare la scarsità d’acqua, valorizzando le sementi locali e formando oltre cento donne in cinque villaggi. Ad Awaran, nel Belucistan, Aqsa Mirwani — prima laureata della sua tribù — ha riavvicinato piccoli produttori ai mercati di Karachi e Quetta e ha costituito la prima organizzazione femminile locale per educazione e sviluppo comunitario.

Sulla costa orientale della Corea del Sud, la figura delle haenyeo è simbolo di saperi tramandati: Sung Jung-hee, 74 anni, guida la comunità di pescatrici di Guryongpo e tutela conoscenze tecniche su fondali e maree che hanno valore anche per la gestione sostenibile delle risorse marine.

In Indonesia, Istiqamah coordina una cooperativa di quasi mille soci nella provincia di Aceh, promuovendo pratiche di caffè agroforestale che coniugano tutela degli alberi e maggiore partecipazione delle donne nelle decisioni economiche della filiera.

Nel delta meridionale del Vietnam, Lam Ngoc Bao Han ha sviluppato un allevamento di gamberi e granchi integrato nelle foreste di mangrovie: il modello riduce l’impatto ambientale e protegge coste e biodiversità, dimostrando che produzione e conservazione possono andare di pari passo.

Tra le storie più emblematiche c’è quella di Yin Yuzhen, che nella regione sabbiosa di Mu Us in Cina ha guidato un progetto di riforestazione durato decenni: insieme alla comunità ha contribuito al ripristino di quasi 5.000 ettari e ha piantato oltre 8 milioni di alberi, contrastando la desertificazione.

Persone anonime che piantano alberi in un paesaggio arido
Progetto di riforestazione che ha ripristinato vaste aree soggette a desertificazione.

In Mongolia, la cooperativa guidata da G. Altantsetseg supporta allevatori di cammelli e ovini nelle aree aride, dove il bestiame rimane la principale risorsa economica ma la commercializzazione resta una sfida a causa della distanza dai mercati e delle limitate infrastrutture.

Lo Yemen offre un esempio di resilienza in condizioni estreme: Gawhara Hasan Saleh Qasem ha convertito 7,2 acri di suolo desertico in un’impresa agricola e zootecnica usando tecnologie di irrigazione solare e pratiche di recupero del suolo, creando lavoro per donne e famiglie sfollate.

Queste esperienze non sono solo storie locali: indicano cambiamenti di sistema possibili se si interviene su quattro leve principali.

  • Accesso alla terra: titolarità e diritti fondiari aumentano la capacità d’investimento delle agricoltrici.
  • Finanza e mercato: strumenti creditizi su misura e collegamento a filiere remunerative sono essenziali.
  • Formazione e tecnologie: competenze tecniche e digitali ampliano la produttività e la resilienza climatica.
  • Politiche locali: il riconoscimento istituzionale del ruolo femminile facilita la partecipazione alle decisioni economiche.

La lista della FAO illumina successi concreti ma conferma anche l’urgente necessità di politiche mirate. Se le donne rappresentano quasi la metà della forza lavoro nei sistemi alimentari, sostenere la loro autonomia significa aumentare la sicurezza alimentare e rafforzare la gestione sostenibile degli ecosistemi.

Per i decisori pubblici e per gli operatori del settore, il messaggio è chiaro: investire in infrastrutture, servizi finanziari e formazione specifica per le donne rurali non è un atto di carità, ma una leva produttiva ad alto impatto. Le storie raccolte dalla FAO offrono piste concrete da replicare e ampliare, soprattutto nelle aree più vulnerabili del pianeta.

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