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L’Italia ha recepito con ritardo la direttiva anti‑SLAPP dell’Unione europea ma lo ha fatto imponendo limiti che rischiano di lasciare scoperti giornalisti, attivisti e whistleblower. La questione è urgente: senza tutele efficaci, raccontare fatti di interesse pubblico può diventare un rischio economico e giudiziario insostenibile.
Che cosa prevede la direttiva e come è stata mutata
La direttiva europea n. 2024/1069, entrata in vigore a maggio 2024 e nota anche come «legge Daphne», punta a contrastare le cause legali strumentali allo zittimento, le cosiddette SLAPP (Lawsuits Against Public Participation). L’obiettivo di Bruxelles era creare strumenti che impedissero a soggetti potenti di usare i tribunali per scoraggiare il dibattito pubblico.
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Il decreto adottato dall’Italia il 2 ottobre, tuttavia, circoscrive fortemente la portata delle protezioni: proteggendo praticamente solo alcune controversie civili con elementi transfrontalieri, esclude procedure penali e la maggior parte dei casi nazionali.
Le conseguenze pratiche per chi indaga
Le querele considerate strumentali non colpiscono solo redazioni giornalistiche: possono prendere di mira ricercatori, ONG, attivisti ambientali e coloro che segnalano illeciti. Anche in assenza di condanne, anni di contenziosi e spese legali possono svuotare risorse e mettere a tacere inchieste rilevanti per l’interesse pubblico.

Secondo la coalizione CASE Italia, l’Italia ha registrato 26 casi riconducibili a SLAPP nel 2023 e 21 nel 2024, i valori più alti tra gli Stati membri. La riduzione delle tutele a livello nazionale significa che, nella pratica, fino a nove procedimenti su dieci potrebbero non beneficiare delle misure previste dalla direttiva.
- Cosa esclude il decreto italiano:
- procedimenti penali collegati a denunce di diffamazione;
- la gran parte delle controversie interne non riconducibili a rapporti transfrontalieri;
- molte richieste di risarcimento che comunque paralizzano investigazioni.
- Effetti concreti:
- allungamento dei tempi processuali e costi elevati per i destinatari delle cause;
- maggior rischio di autocensura per professionisti e cittadini;
- riduzione del controllo pubblico su corruzione e abusi di potere.
Un caso che ha cambiato l’agenda europea
La vicenda di Daphne Caruana Galizia resta il monito più drammatico: la giornalista maltese fu uccisa nel 2017 mentre indagava sulla corruzione e, al momento dell’attentato, aveva numerosi procedimenti civili pendenti. Quel caso ha spinto istituzioni e opinione pubblica a inserire la lotta alle querele‑bavaglio nell’agenda comunitaria.
La memoria di quella inchiesta evidenzia un punto cruciale: non è necessario arrivare alla violenza fisica perché il danno sia grave. L’isolamento finanziario e processuale di chi denuncia crea un effetto deterrente che si riverbera su tutta la società civile.
La richiesta di intervento e la mobilitazione
Organizzazioni come CASE Italia hanno annunciato che porteranno le riserve sul decreto all’attenzione della Commissione europea e hanno convocato una manifestazione per il 22 ottobre in piazza Capranica a Roma, chiedendo al governo e al Parlamento di ampliare le garanzie previste.
La Commissione europea e il Consiglio d’Europa avevano raccomandato di estendere le protezioni anche alle controversie nazionali e a procedimenti non necessariamente transnazionali: la scelta italiana sembra andare invece in senso contrario. Questo solleva un problema politico più ampio: che valore ha una direttiva se gli Stati membri la svuotano nelle fasi applicative?
Esperienze utili e possibili vie d’azione
Alcuni paesi europei hanno già sperimentato misure mirate per accelerare e tutelare i casi contro giornalisti. Il Consiglio d’Europa segnala, ad esempio, pratiche giudiziarie che danno priorità alle minacce contro chi informa, insieme a strumenti istituzionali per il supporto pratico e legale.
Questi modelli non sono perfetti, ma offrono indicazioni concrete su come trasformare una direttiva in strumenti operativi che proteggano davvero il lavoro informativo.
Perché la questione riguarda tutti
La capacità dei cittadini di accedere a informazioni indipendenti è una condizione essenziale per la vita democratica. Se raccontare fatti diventa antieconomico o giuridicamente pericoloso, il pluralismo informativo si indebolisce e aumentano i rischi di opacità nel potere pubblico e privato.
A nove anni dall’omicidio di Daphne, resta fondamentale chiedersi quali garanzie la Repubblica e l’Unione offrono a chi indaga: una democrazia che chiede ai giornalisti di valutare il costo personale del loro lavoro non può dirsi pienamente libera.











