Biodiversità: a Yerevan l’Onu apre una conferenza chiave per proteggere specie e territori

I governi sono riuniti a Yerevan fino al 30 ottobre per fare il punto sui progressi verso gli obiettivi di tutela della natura fissati per il 2030: la posta in gioco riguarda sicurezza alimentare, acqua potabile e mezzi di sussistenza, soprattutto nei Paesi più poveri. La conferenza cerca risposte concrete a una domanda cruciale: come trasformare impegni e piani in risultati misurabili nei prossimi quattro anni?

Cosa è in discussione a Yerevan

La sessione, identificata come COP17, rappresenta la prima verifica globale dall’adozione del Quadro di Kunming–Montreal nel 2022. Quel piano definisce 23 obiettivi da centrare entro il 2030 e quattro traguardi di lungo periodo al 2050, affrontando cause multiple della perdita di biodiversità: distruzione e degrado degli habitat, sfruttamento eccessivo delle specie, cambiamenti climatici, inquinamento e specie invasive.

Sul tavolo c’è anche la questione finanziaria: il quadro richiede di mobilitare risorse molto maggiori rispetto al passato. L’obiettivo indicativo è raccogliere almeno 200 miliardi di dollari l’anno da fonti pubbliche e private entro il 2030, con una quota minima di circa 30 miliardi di dollari destinata ai Paesi in via di sviluppo.

Delegati anonimi discutono documenti finanziari durante una conferenza
La questione finanziaria è centrale: si discute come mobilitare miliardi per la natura.

Effetti concreti per la popolazione

La perdita di biodiversità non è un tema astratto: si traduce in meno cibo disponibile, acqua più scarsa e cure tradizionali che scompaiono. Ad essere maggiormente colpite sono le comunità che dipendono direttamente dagli ecosistemi per nutrirsi, curarsi e guadagnare.

  • Sicurezza alimentare – Degrado del suolo e declino delle risorse ittiche diminuiscono cacciagione, pesca e raccolta di frutti selvatici.
  • Varietà genetica delle colture – La perdita di diversità rende le coltivazioni più vulnerabili a parassiti ed epidemie, con rischio di carestie improvvise.
  • Acqua – Deforestazione e drenaggio delle zone umide alterano il ciclo idrico e la disponibilità di acqua pulita.
  • Salute – Oltre l’80% della popolazione in alcuni Paesi a basso reddito fa affidamento su rimedi a base di piante; la scomparsa di specie medicinali erode questo accesso.
  • Malattie zoonotiche – Ecosistemi degradati facilitano la trasmissione di patogeni dall’animale all’uomo e la diffusione di vettori come le zanzare.

Stato di avanzamento: luci ed ombre

Quasi il 90% dei 196 Paesi firmatari della Convenzione sulla diversità biologica ha stabilito obiettivi nazionali, ma il passaggio successivo è parziale: circa il 60% ha predisposto piani d’azione e il 70% ha presentato i report richiesti. Sul piano dell’attuazione, però, meno della metà degli obiettivi nazionali risulta in buona traiettoria, e il target più ambizioso del “30 per 30” — proteggere il 30% delle aree terrestri e delle acque interne e marine entro il 2030 — resta il più problematico.

Le cause: insufficienti flussi finanziari, lacune nelle competenze tecniche, cooperazione internazionale frammentaria e una carenza diffusa di dati robusti per il monitoraggio.

Il nodo dei meccanismi di condivisione dei benefici

Tra i dossier centrali figura il cosiddetto Fondo di Cali, pensato per redistribuire parte dei benefici economici derivanti dall’uso delle informazioni genetiche digitali tratte da piante, animali e microrganismi. L’idea è che chi sfrutta queste risorse contribuisca a un fondo che sostenga la conservazione, con particolare attenzione ai Paesi in via di sviluppo e alle comunità indigene.

Accanto alle questioni economiche, emergono problemi tecnici: senza sistemi di monitoraggio affidabili e dati condivisi diventa impossibile verificare l’efficacia delle azioni e calibrare gli interventi dove servono di più.

Perché questo conta oggi

La conferenza di Yerevan non riguarda solo obiettivi politici: le decisioni prese in questi giorni determinano la qualità della vita di miliardi di persone e la resilienza delle economie locali nei prossimi anni. Se le promesse non si traducono in leggi, finanziamenti e controlli efficaci, il rischio è che i peggiori impatti della perdita di biodiversità diventino irreversibili.

La sfida pratica è quindi triplice: aumentare i fondi, rafforzare capacità tecniche e migliorare la governance internazionale, in modo che impegni globali come il Quadro di Kunming–Montreal producano risultati tangibili prima del 2030.

Nei prossimi giorni a Yerevan i delegati dovranno decidere dove concentrare risorse e responsabilità per passare dalle parole ai fatti: il tempo per correggere rotta è limitato, ma le scelte compiute ora definiranno la portata delle conseguenze per ambiente e società.

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