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Questa mattina a Roma oltre venti organizzazioni hanno chiesto al Parlamento italiano di vietare l’importazione di beni provenienti dagli insediamenti israeliani in Cisgiordania, spiegando che la misura potrebbe tutelare insieme l’economia palestinese e la legalità internazionale. La discussione arriva mentre in Commissione esteri alla Camera è in corso l’esame di una proposta di legge che potrebbe cambiare le regole del commercio con i territori occupati.
L’incontro, intitolato “Dall’economia di occupazione all’economia di liberazione”, ha riunito rappresentanti della società civile palestinese, produttori locali e deputati italiani per mettere a fuoco le conseguenze pratiche delle restrizioni imposte dall’occupazione.
Secondo le organizzazioni promotrici, le barriere amministrative e i blocchi alla circolazione stanno comprimendo la capacità produttiva palestinese e aumentano i costi per aziende e cooperative, danneggiando la sopravvivenza di oltre tre milioni di persone che dipendono dall’economia locale.
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Restrizioni concrete e testimonianze dal territorio
Rappresentanti come Mohammed Hmidat di Al Reef hanno descritto ostacoli quotidiani per esportatori e agricoltori: limitazioni all’accesso alle terre, misure che condizionano l’irrigazione e iter doganali complessi che rendono difficile vendere sui mercati europei.

Ruwa Jab di Pal Trade, rete che raggruppa più di 327 imprese palestinesi, ha sottolineato come, senza questi impedimenti, i prodotti della Cisgiordania — dall’olio d’oliva ai manufatti tessili — potrebbero trovare spazi di crescita significativi in Europa.
Le organizzazioni hanno inoltre ricordato alcune cifre che fotografano la situazione attuale:
- 942 ostacoli fisici alla circolazione in Cisgiordania (posti di blocco, barriere, chiusure), con un aumento del 33% rispetto al 2023;
- circa il 20% di questi impedimenti ostacola l’accesso alle terre agricole;
- le comunità palestinesi utilizzano solo il 20% dell’acqua estratta dalla principale falda della regione, mentre circa l’80% è destinato a Israele;
- tra gennaio e agosto 2026 sono stati registrati oltre 1.600 attacchi da parte di coloni contro comunità e infrastrutture palestinesi;
- la sospensione dei trasferimenti fiscali all’Autorità Nazionale Palestinese ha accumulato arretrati stimati in 1,82 miliardi di dollari verso il settore privato.
Cosa dicono i dati economici
Organismi internazionali, citati durante l’incontro, stimano che le restrizioni hanno pesantemente frenato la crescita: secondo valutazioni citate dagli intervenuti — e basate su proiezioni comunitarie — il PIL della Cisgiordania, tra il 2000 e il 2024, sarebbe potuto risultare fino al 68% più elevato senza le limitazioni imposte, riducendo perdite complessive per circa 170 miliardi di dollari.

Il quadro non è solo economico: gli effetti si traducono in perdita di reddito per famiglie e imprese, maggiori difficoltà di accesso ai mercati esteri e un aumento dei costi operativi che scoraggia gli investimenti.
La dimensione politica: audizioni e proposta di legge
Dopo i saluti dell’ambasciatrice palestinese Mona Abuamara, l’iniziativa ha visto interventi politici da più schieramenti: tra i partecipanti figurano Stefania Ascari e Giuseppe Conte (Movimento 5 Stelle), Laura Boldrini ed Elly Schlein (Partito Democratico), Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni (Alleanza Verdi e Sinistra).
La delegazione palestinese guidata da Marwa El-Ansary (Oxfam) sarà ascoltata domani dalla Commissione esteri della Camera, tappa inserita in una serie di incontri con istituzioni italiane ed europee. Sul tavolo c’è la proposta che punta a vietare il commercio con gli insediamenti riconosciuti come illegali, un testo promosso proprio dai gruppi politici che hanno partecipato all’evento.
Le organizzazioni richiamano inoltre il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia del luglio 2024, che ha definito illegittimo l’uso israeliano delle risorse nei territori occupati e ha sollecitato gli Stati a non sostenere tale situazione con rapporti economici e commerciali.
Implicazioni pratiche per l’Italia e i consumatori
Se approvata, la misura proposta potrebbe avere effetti concreti sulle procedure doganali, sulle etichettature dei prodotti importati e sui controlli lungo la filiera. Imprese italiane e distributori dovrebbero adeguare le pratiche di acquisto per evitare di immettere sul mercato beni legati agli insediamenti.
Per i consumatori significa maggiore trasparenza nelle scelte d’acquisto; per le imprese italiane interessate a operare nei Territori Palestinesi, la legge potrebbe tradursi in garanzie aggiuntive e in incentivi a favorire fornitori indipendenti dagli insediamenti.
Chi sottoscrive la campagna
La coalizione che promuove lo stop al commercio con gli insediamenti è composta da ONG, associazioni e reti civiche italiane. Tra i firmatari:
- ACLI
- ACS-NGO
- Amnesty International Italia
- ANPI
- AOI
- ARCI
- Assopace Palestina
- CISS
- CNCA
- COSPE
- CRIC
- Emmaus Italia
- First Social Life
- Fondazione Finanza Etica
- Fondazione Gruppo Abele
- Libera
- Movimento Giustizia e Pace in Medio Oriente
- Oxfam Italia
- Pax Christi
- Rete HUMUS
- Rete Italiana Pace e Disarmo
- Un Ponte Per
- Vento di Terra
Le organizzazioni hanno chiesto al Parlamento di approvare la proposta di legge in esame, sottolineando che rimuovere gli ostacoli al commercio palestinese e impedire i flussi che alimentano l’economia degli insediamenti sono azioni complementari per rispettare il diritto internazionale e favorire uno sviluppo più equo.
Nei prossimi giorni la questione approderà nelle sedi istituzionali impegnate a valutare gli aspetti legali e pratici della misura: per i decisori si tratta di bilanciare obblighi internazionali, impatti sulle filiere commerciali e gli obiettivi di tutela dei diritti e dell’economia locale.











