Taranto: primo maggio di rabbia e speranza che può segnare la rinascita, afferma Roy Paci

A Taranto, la musica torna a esercitare una funzione civile: non un semplice spettacolo, ma uno strumento per portare all’attenzione problemi irrisolti che pesano sulla città e sul Sud. Alla vigilia dell’edizione numero 13 di Uno maggio Taranto, Roy Paci spiega perché il palco che dirige insieme a Michele Riondino, Diodato e Valentina Petrini vuole restituire senso politico al Primo maggio.

Per Paci il segnale più clamoroso del declino meridionale non è economico soltanto: è culturale. La scomparsa delle bande di paese — quei complessi amatoriali che un tempo formavano i giovani e tenevano insieme la memoria comunitaria — è per lui l’immagine che fotografa un vuoto più profondo.

Uno maggio Taranto è pensato come un momento di denuncia pubblica più che come vetrina musicale. Il palco non si limita a presentare artisti: vuole accendere l’attenzione su temi concreti, dalle condizioni ambientali e sanitarie alla richiesta di nuovi modelli di lavoro per la città.

Questo approccio ha imposto una scelta chiara: mantenere indipendenza e coerenza. Il festival si finanzia in larga misura con risorse proprie e con il sostegno di chi condivide la causa, e i nomi in cartellone (tra cui Subsonica, Brunori Sas, Gemitaiz, Margherita Vicario e Giorgio Poi) partecipano anche per motivi ideali, non solo economici.

La polemica con la tradizionale manifestazione di Roma è netta. Per Paci, l’evento in piazza San Giovanni ha perso la forza originaria del Primo maggio e si è trasformato in una sfilata che può andare bene in qualsiasi data, lontana dalle radici della protesta operaia.

Molti musicisti oggi esitano a prendere posizione pubblica. Paci ricorda i rischi che ha corso personalmente — denunce, ostacoli e perfino minacce — per aver portato temi scomodi sul palco, e invita a riconoscere che ogni scelta creativa ha comunque una valenza politica.

Perché Taranto è cruciale oggi

La questione qui non è la nostalgia: è la necessità di una transizione che metta al centro salute, lavoro e tutela ambientale. Secondo Paci, chi governa deve progettare la riconversione occupazionale e non lasciare il peso della scelta sulle spalle dei lavoratori. Solo così si può pensare a una rinascita autentica di una città che ha risorse e potenzialità inespresse.

  • Obiettivo dell’evento: usare la musica per dare visibilità a battaglie civili e richieste di giustizia sociale.
  • Partecipanti principali: artisti nazionali, associazioni come Amnesty ed Emergency, speaker e attivisti (tra cui Francesca Albanese).
  • Temi centrali: salute pubblica, bonifiche, diritti dei lavoratori, solidarietà internazionale.
  • Modalità: autofinanziamento e rete di collaborazioni locali per preservare autonomia e coerenza.

L’invito è a vedere il palco come un moltiplicatore di voci: chi parla di Palestina, di diritti o di emergenze ambientali trova lì uno spazio per farsi ascoltare, perché la manifestazione rivendica il diritto a mettere in rilievo tutte le denunce che la società civile produce.

Sul tema dell’industria siderurgica, Paci è netto: chiudere gli impianti così come sono non può essere sinonimo di abbandono. La proposta è una riconversione pianificata che assicuri percorsi di lavoro alternativi e duraturi, oltre a programmi di bonifica che richiederanno anni e competenze specializzate.

Non manca una punta d’ironia quando Paci respinge certe provvisorie speranze di entrata in scena di investitori mediatici: la retorica degli arrivi spettacolari non convincono chi ha visto la città che lotta giorno per giorno.

Formazione, cultura e opportunità

Un altro punto toccato è la carenza di politiche culturali efficaci nel Mezzogiorno. Paci racconta la propria esperienza: la banda del paese gli ha dato le basi gratis, e molti progetti locali di formazione e circuiti professionali spesso sono arrivati tardi o sono stati gestiti male. Il risultato è una fuga di competenze e un mancato sviluppo di filiere culturali e creative.

Il tema è rilevante per il futuro dei giovani: senza percorsi formativi stabili e senza investimenti duraturi, le iniziative restano episodiche e non generano strutture di lavoro locali.

Qualche conclusione pratica

La battaglia che Uno maggio Taranto mette in scena è multipla: tutela della salute, dignità del lavoro, ripresa culturale e memoria collettiva. La posta in gioco riguarda non solo i tarantini ma tutto il Sud che fatica a trasformare risorse in opportunità sostenibili.

«Che i miei figli scelgano il Sud o l’estero non è il punto», dice Paci, «l’importante è portare con sé l’identità e la responsabilità di chi viene da questi territori» — una visione che lega passato e futuro e che prova a restituire centralità a una città fino a oggi messa ai margini.

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