Mostra sommario Nascondi sommario
Il pubblico ministero ha chiesto condanne comprese tra 7 e 21 anni per i fatti avvenuti ad aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, con accuse che vanno dalla violenza sistematica alla tortura e che comprendono anche il decesso di un detenuto. La requisitoria, ancora in corso, punta a ricostruire responsabilità e catene di comando tra gli oltre cento imputati: una fase decisiva per la riconciliazione tra cittadinanza e sistema penitenziario.
Le richieste del PM
Jovanotti a Roma: strade chiuse e bus deviati per il concerto al Circo Massimo
Vuelta a España 2026: Jerez incorona Kung vincitore di tappa
Nel corso dell’udienza il magistrato ha dettagliato ruoli e richieste di pena per 106 persone coinvolte nel processo, sostenendo che gli episodi non furono isolati ma frutto di prassi e omissioni gerarchiche. Tra le contestazioni ci sono episodi di **violenza**, accuse di **tortura** e l’ipotesi di responsabilità per la **morte di Lamine Hakimi**, collegata alle violenze subite.
- 21 anni e 4 mesi per il comandante del gruppo di supporto agli interventi
- 14 anni per il direttore dell’istituto
- 12 anni per la responsabile del reparto “Nilo”
- 10 anni per il Provveditore regionale
- 9 anni per la comandante del nucleo investigativo regionale della Polizia Penitenziaria
- 8 anni per ciascuno dei due vicedirettori
- 7 e 9 anni per i due medici accusati di aver compilato referti falsi
| Figura | Pena richiesta | Accuse principali |
|---|---|---|
| Comandante gruppo supporto interventi | 21 anni e 4 mesi | Violenza, direzione degli interventi |
| Direttore del carcere | 14 anni | Omissioni di controllo, responsabilità di gestione |
| Responsabile reparto Nilo | 12 anni | Partecipazione e gestione del personale |
| Provveditore regionale | 10 anni | Responsabilità amministrativa e di coordinamento |
| Comandante nucleo investigativo regionale | 9 anni | Coinvolgimento operativo |
| Vicedirettori (2) | 8 anni ciascuno | Omissioni e responsabilità di struttura |
| Due medici | 7 e 9 anni | Referti falsificati relativi a visite |
La Procura sostiene che la sequenza di interventi e le pratiche interne abbiano superato i limiti consentiti dalla legge, configurando reati gravi. Il processo cerca ora di chiarire fino a che punto la responsabilità sia collettiva e fino a che punto riconducibile a singoli ufficiali o medici.
La posizione di Antigone
L’associazione Antigone, che si è costituita parte civile, ha giudicato le richieste del PM come un passaggio significativo verso la ricerca di responsabilità. Patrizio Gobbella, presidente dell’associazione, ha sottolineato che le prime denunce e gli esposti civili spinsero le indagini e che ora è fondamentale ottenere una sentenza che chiarisca i fatti e dia risposte alle famiglie delle vittime.

Antigone mette in rilievo il valore simbolico e pratico di un esito giudiziario che possa anche fungere da leva per riforme nella gestione degli istituti penitenziari e per il rispetto dei diritti dei detenuti.
Perché la vicenda conta oggi
Il processo è rilevante non solo per le persone imputate, ma per l’intero sistema carcerario: una decisione della magistratura potrebbe innescare revisioni operative, formazione del personale e una maggiore supervisione esterna. Per i cittadini, infine, si tratta di una domanda sulle garanzie dello Stato nell’ambito della detenzione.
La requisitoria è tuttora in corso: nelle prossime udienze si attendono repliche delle parti civili, arringhe difensive e, successivamente, le richieste di pena da parte delle difese. Il calendario delle prossime fasi processuali determinerà i tempi per una sentenza definitiva.












