Un nuovo rapporto di Oxfam, pubblicato oggi, stima che la ricostruzione di Gaza richiederà risorse senza precedenti e avverte che la sfida non è solo tecnica: è anche politica e sociale. Se il finanziamento e le priorità non saranno guidati da attori palestinesi, la ricostruzione rischia di lasciare indietro le esigenze più urgenti della popolazione.
Il dossier, realizzato in collaborazione con il Palestine Economic Policy Research Institute (MAS) e il Palestine Trade Centre (PalTrade), somma i danni materiali e le perdite economiche riportate dopo l’escalation iniziata il 7 ottobre 2023 e sottolinea come la ripresa richiederà decenni, non anni.
Secondo lo studio, il conto complessivo per riportare in piedi infrastrutture, case e servizi essenziali supera le stime ordinarie: servono oltre 71,4 miliardi di dollari nell’arco di dieci anni per una ripresa significativa, mentre i danni diretti rilevati da agenzie internazionali si attestano su circa 57,9 miliardi.
Foggia-Potenza, lo Zaccheria ricorda Gaetano, Michele, Samuel e Samuele
Ballando con le Stelle: Alberto Ravagnani accusa la giuria, polemica anche su Barbara D’Urso
Il report solleva un avvertimento politico chiaro: la gestione di questi fondi deve restare saldamente nelle mani delle istituzioni e della società civile palestinese, per evitare che l’operazione diventi un’opportunità per interessi economici esterni che non rispondono ai bisogni locali.
- Riparazioni e perdite economiche: ~57,9 miliardi di dollari di danni documentati; oltre 71 miliardi necessari per la ricostruzione a lungo termine.
- Vittime e feriti: circa 73.000 persone uccise e 173.000 ferite in meno di tre anni.
- Sfollati: circa 1,9 milioni di persone costrette a lasciare ripetutamente le proprie case.
- Colpo allo sviluppo umano: l’indice di sviluppo umano è stato retrocesso di 77 anni nel giro di meno di tre anni.
- Famiglie guidate da donne: circa 58.600 nuclei; disoccupazione femminile stimata al 92%.
- Bisogni di riabilitazione: oltre 50.000 persone necessitano di cure a lungo termine.
La distruzione delle strutture educative e culturali è totale in molti settori: scuole danneggiate o demolite, università gravemente compromesse e archivi e biblioteche andati perduti. Il rapporto documenta la perdita di capitale umano — insegnanti, docenti e ricercatori uccisi o sfollati — che rende più difficile ogni prospettiva di ripartenza a medio termine.
Il peso della sopravvivenza ricade in larga misura sulle donne: oltre a una disoccupazione altissima, molte dedicano giornate intere a procurare acqua, cucinare con mezzi di fortuna e assistere familiari feriti, attività non retribuite che sostituiscono servizi pubblici inesistenti.
Le persone con disabilità vivono una condizione particolarmente critica. In migliaia hanno necessità di riabilitazione prolungata, mentre l’accesso all’assistenza è limitato: si stima che l’83% non possa contare su servizi adeguati. Molti sono ammassati in rifugi sovraffollati dove condizioni igieniche e privacy sono quasi inesistenti.
I danni ambientali e agricoli aggravano la crisi: frutteti e serre distrutte, terreni contaminati da metalli pesanti e residui esplosivi, e una falda acquifera costiera in grave sofferenza. Il deflusso di acque nere in mare incrementa il pericolo di malattie infettive, con il rischio di ricomparsa di patologie ormai rare nella regione.
Nel rapporto Oxfam riferisce anche gli esiti di inchieste internazionali: nel settembre 2025 la Commissione internazionale indipendente delle Nazioni Unite ha concluso che sono state commesse azioni assimilabili a genocidio nella Striscia di Gaza, un elemento che complica ulteriormente le responsabilità politiche e legali attorno alla ricostruzione.
Perché conta oggi: i donatori internazionali e i forum multilaterali stanno definendo stanziamenti e meccanismi di governance. Se la ricostruzione non sarà progettata e controllata con la partecipazione effettiva delle comunità palestinesi, gli aiuti rischiano di replicare modelli inefficaci o di alimentare interessi esterni.
Il rapporto chiede a governi e organismi internazionali, incluso il Board of Peace presieduto dagli Stati Uniti, di adottare un modello che rispetti il principio della ricostruzione a guida palestinese, fondato su trasparenza, responsabilità e priorità dettate dai bisogni locali. Le consultazioni condotte a Gaza, spiegano gli autori, hanno messo in luce come le priorità della popolazione differiscano spesso dagli obiettivi geopolitici esterni.
La posta in gioco è elevata: oltre al ripristino di case e infrastrutture, c’è la ricostruzione del tessuto sociale, dell’istruzione e della salute pubblica — processi che richiedono investimenti sostenuti e scelte di governance attente e inclusive. Il modo in cui l’aiuto internazionale verrà strutturato determinerà non solo la portata della ricostruzione materiale, ma la capacità della società palestinese di ritrovare stabilità a lungo termine.












