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Un rapporto del Gruppo di esperti delle Nazioni Unite pubblicato a giugno 2026, supportato da un’inchiesta del consorzio Africa Justice, ricostruisce come gran parte delle entrate petrolifere del Sud Sudan finisca fuori dal bilancio statale, aggravando una crisi umanitaria già critica. La novità odierna è che il dossier mette in luce collegamenti diretti tra pagamenti offshore, società private e figure di vertice dello Stato, mentre il conflitto regionale rende più fragile ogni tentativo di controllo.
Un sistema a doppio binario
Secondo il rapporto Onu, esistono due modalità principali con cui le risorse statali vengono sottratte: da un lato il ricavo del petrolio viene incanalato prima verso conti o terze parti private, evitando le casse pubbliche; dall’altro, fondi del bilancio ordinario vengono destinati a spese che non corrispondono agli stanziamenti ufficiali. Il documento indica responsabilità organizzative, in particolare nel Ministero degli Affari Presidenziali, guidato da Africano Mande Gedima, ritenuto vicino a figure come Idris Taha e Tut Gatluak.
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Gli esperti stimano anomale spese dell’ufficio presidenziale di entità eccezionale rispetto ai limiti approvati, una discrepanza che il rapporto quantifica come quasi sessanta volte il budget ufficiale.
Conti esteri e pagamenti diretti
Nel maggio 2025 il governo aveva designato un conto presso la First Abu Dhabi Bank come principale canale di incasso per il petrolio. Tuttavia, il gruppo di esperti documenta transazioni che hanno bypassato completamente i conti governativi.
Un esempio emblematico è il versamento di un anticipo vicino ai 30 milioni di dollari a Al Wafra Najam Goods Wholesalers, società con sede negli Emirati Arabi Uniti. La somma sarebbe stata corrisposta senza passare per la tesoreria statale e il dossier identifica tra i pagatori Idris Taha, direttore di EuroAmerican Energy, consolidando così il legame tra operatori privati con sede a Dubai e flussi finanziari fuori controllo.
Il petrolio usato come moneta
Gli investigatori descrivono anche una prassi diffusa: assegnazioni di carichi di greggio come compensazione per forniture o servizi, con l’obbligo per i beneficiari di commercializzarne parte per recuperare le risorse. In pratica, il petrolio statale viene impiegato come una valuta parallela, al di fuori di qualsiasi rendicontazione pubblica.
Chi beneficia: contratti e nomi
Tra gli appalti citati nel rapporto c’è un contratto per l’approvvigionamento di alimenti destinati alle forze governative, con un valore superiore ai 600 milioni di dollari, assegnato senza gara e ben oltre il budget. Il fornitore indicato, la società Galda, è collegata – secondo gli investigatori – a un generale di brigata del Servizio di Sicurezza Nazionale. Parte delle forniture sono state consegnate a truppe anche nella regione di Jonglei e presentate pubblicamente come un “dono della presidenza” nel febbraio 2026; in almeno due occasioni la compensazione sarebbe avvenuta tramite spedizioni di greggio.
Il dossier sottolinea che queste operazioni non sono sporadiche: appaiono schemi ricorrenti come contratti firmati all’ultimo minuto o assegnazioni disposte da esponenti politici prima di lasciare l’incarico, con il caso di Deng Lual Wol citato come esempio.
Conflitto e vulnerabilità della filiera
La situazione si è complicata dopo gli sviluppi bellici in Sudan: l’occupazione di Heglig da parte delle Forze di Supporto Rapido (RSF) l’8 dicembre 2025 ha spinto Juba a impiegare risorse militari per proteggere gli impianti. L’intesa tripartita fatta circolare tra leader regionali non ha ricevuto conferma ufficiale da Khartoum o dalle RSF, aumentando l’incertezza sulla sicurezza degli impianti.
Allo stesso tempo la China National Petroleum Corporation, operatore storico nel sito per decenni, ha annunciato il ritiro dal Sudan a dicembre 2025. La combinazione di conflitto, partenze di operatori chiave e catene di fornitura poco trasparenti accentua i rischi per la governance del settore.
- Impatto umanitario: meno entrate pubbliche significano minori risorse per servizi essenziali in un paese già segnato dalla crisi alimentare.
- Rischio reputazionale e finanziario: banche e partner internazionali che facilitano flussi non tracciati possono trovarsi esposti a indagini o sanzioni.
- Fragilità della sicurezza: il controllo degli impianti e delle rotte commerciali è condizionato dal conflitto regionale, con possibili interruzioni delle esportazioni.
- Corrosione istituzionale: l’uso del petrolio come valuta parallela erode meccanismi di accountability e pianificazione del bilancio.
Il rapporto chiede che autorità locali e partner internazionali diano risposte concrete: maggiore trasparenza nei conti, indagini indipendenti sulle transazioni sospette e controlli stringenti sulle assegnazioni di carichi di greggio. Per la popolazione sud-sudanese, già gravemente provata dalla crisi, la salvaguardia delle entrate pubbliche non è solo una questione economica ma una condizione essenziale per la sicurezza alimentare e i servizi di base.
Autore: Idriss K. Sow, giornalista e saggista; contributo all’inchiesta di Africa Justice.












