Disuguaglianze penalizzano i giovani: soluzioni per sbloccare il loro futuro

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Un nuovo saggio del Forum Disuguaglianze e Diversità mette in chiaro perché le preoccupazioni sociali e ambientali che agitano le giovani generazioni non si trasformano automaticamente in processi di cambiamento duraturi. L’analisi offre dati aggiornati, confronti storici e proposte concrete per rimuovere gli ostacoli che oggi bloccano la partecipazione politica dei più giovani.

Il testo, redatto da Fabrizio Barca e Caterina Manicardi e pubblicato nell’ambito del progetto “A prova di futuro! Giovani e protagonismo” con il sostegno della Compagnia di San Paolo, è disponibile gratuitamente sul sito del Forum. Gli autori inquadrano la partecipazione di chi ha tra i 15 e i 34 anni come una questione che riguarda l’intera democrazia italiana, non un fenomeno di nicchia.

I media spesso riducono i giovani a stereotipi legati a episodi di cronaca, evitando invece domande più utili: perché sensibilità e ingiustizie percepite dalle nuove generazioni non innescano movimenti capaci di trasformare la società? Il saggio rifiuta spiegazioni semplicistiche che puntano su presunto egoismo o ignoranza, e individua una combinazione di barriere strutturali e culturali.

Dati e fonti aggiornate

La ricerca si basa su una molteplicità di elementi: rilevazioni internazionali come l’Eurobarometro, il Rapporto CNEL 2025, numerosi studi di istituti di ricerca e dati originali raccolti dal Forum tra il 2023 e il 2026. Tra questi ultimi, una indagine su circa 3.000 ragazze e ragazzi (17-19 anni) in 21 scuole italiane e nove mesi di dialogo con organizzazioni giovanili.

Queste evidenze mostrano che la mancata conversione delle inquietudini giovanili in dinamiche di cambiamento non è un destino naturale, ma il risultato di una concatenazione di fattori che riducono la capacità di azione collettiva.

Le barriere principali

Tre elementi emergono con forza dall’analisi e spiegano l’inerzia politica delle nuove generazioni.

1) Declino demografico e perdita di peso politico. La quota di popolazione tra i 15 e i 25 anni è scesa significativamente rispetto agli anni Sessanta (da circa 15,7% a 10,8%), riducendo la pressione sociale e politica esercitabile da quella fascia.

2) Erosione del senso di speranza e fiducia. Mezzo secolo di egemonia culturale neoliberista ha ridotto le aspettative collettive: la diffusa sfiducia nelle istituzioni pubbliche e nelle organizzazioni rende più rischioso l’impegno e indebolisce le prospettive di cambiamento.

3) Ecosistema organizzativo frammentato e poco ricettivo. Movimenti, sindacati, associazioni e partiti risultano spesso impermeabili alla voce giovanile; nel contempo le politiche su istruzione, lavoro, abitare e spazi collettivi non corrispondono alle aspirazioni, e in alcuni casi scoraggiano l’attivismo.

  • Sovraesposizione e deficit di attenzione: crescita dell’allerta mediatica e frammentazione delle relazioni sociali (11–17enni che vedono amici ogni giorno: oggi ~30% vs 70% nel 2006 secondo elaborazioni citate).
  • Disinformazione: secondo Eurobarometro, una larga parte dei giovani dichiara di essere stata esposta a fake news e non tutti si ritengono in grado di riconoscerle.
  • Incertezza biografica e lavoro: difficoltà di inserimento e prolungarsi delle condizioni di precarietà, con impatti differenziati per genere.

I due fronti d’attenzione

Il saggio sviluppa due filoni di lettura pensati per ricalibrare politiche e azioni.

Primo fronte: descrivere le perturbazioni giovanili oltre le lenti della devianza o della sicurezza; riconoscere la complessità dei problemi che segnano adolescenze e prime età adulte, dalla salute mentale alle relazioni sociali digitali e reali.

Secondo fronte: ripensare il fenomeno migratorio giovanile usando dati recenti. L’esodo di 18–34enni (circa 50mila l’anno) non è limitato ai laureati: il 58% di chi parte non possiede un titolo universitario. Tra il 2019 e il 2023 la perdita di 25–34enni laureati è stata compensata dall’arrivo di giovani migranti, ma il problema centrale resta la capacità del Paese di offrire opportunità di realizzazione.

È indicativo che oltre un terzo degli 11–19enni, italiani e di origine straniera, esprima il desiderio di trasferirsi all’estero: per molti la migrazione è percepita come l’unica forma concreta di autonomia e affermazione personale.

Ipotesi d’azione

Per trasformare il malessere giovanile in protagonismo politico il saggio propone linee operative praticabili, molte delle quali già presenti nella piattaforma “Ci siamo! Potere e libertà alle nuove generazioni”. Tra le proposte principali:

  • Favorire canali stabili di ascolto e rappresentanza giovanile all’interno di partiti, sindacati e organizzazioni civiche.
  • Ripensare l’istruzione civica e le pratiche scolastiche per rafforzare competenze civiche e partecipative.
  • Interventi strutturali su lavoro, casa e reddito per ridurre l’incertezza biografica e rendere la partecipazione meno onerosa.
  • Proteggere e ampliare gli spazi fisici e digitali di aggregazione, con misure contro la criminalizzazione dell’impegno politico.
  • Riorientare le politiche migratorie e di ricollocamento dei talenti verso soluzioni strutturali, non solo incentivi temporanei al rientro.

Queste ipotesi sono pensate per rendere più permeabili movimenti, organizzazioni di cittadinanza e istituzioni ai contributi dei giovani, valorizzando la loro capacità di iniziativa.

In sintesi: non si tratta di riempire un vuoto di consapevolezza, ma di rimuovere barriere concrete — demografiche, organizzative e politiche — che oggi impediscono alle nuove generazioni di tradurre insoddisfazione e mobilitazione in trasformazione democratica. Per il Forum, intervenire su questi punti è urgente se si vuole preservare la vitalità della democrazia italiana.

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