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Dal mese di aprile emergono nuove accuse sul terreno: secondo Human Rights Watch, nelle province del nord dell’Etiopia le autorità locali avrebbero messo in atto un sistema di prese in carico forzate di civili, compresi adolescenti. Il fenomeno mette a rischio la fragile tregua nella regione e alimenta un clima di timore che interessa migliaia di persone.
Le denunce di HRW
L’organizzazione internazionale documenta episodi di presunti rapimenti e reclutamenti forzati compiuti dalle forze legate al governo regionale del Tigray. Secondo l’inchiesta, gli avvicinamenti avvengono in contesti diversi: su strade e mercati, nelle sedi amministrative, durante perquisizioni porta a porta e perfino nei luoghi di lavoro.
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Tra le persone prese di mira ci sarebbero anche giovani quindicenni e ragazzi che, fino a poche settimane fa, svolgevano attività economiche come l’estrazione dell’oro o il trasporto dell’acqua.
Rastrellamenti e vita quotidiana spezzata
Testimonianze raccolte sul posto descrivono raid improvvisi nelle città e nei villaggi: persone raccolte in gruppo, separate per origine territoriale e avviate verso centri di detenzione o punti di raccolta per il trasferimento.
La vita quotidiana è deteriorata: interruzioni del lavoro, paura di uscire, e la necessità per molti uomini di dormire all’aperto per evitare di essere arrestati. Queste condizioni aumentano la fragilità sociale e limitano l’accesso a servizi di base come l’acqua.
Miniere, arresti e incidenti
Un episodio segnalato riguarda irruzioni in siti di estrazione aurifera nel Tigray centrale: operai obbligati a interrompere le attività, raggruppati e trattenuti per diverse ore. Alcuni avrebbero subito violenze fisiche durante i trasferimenti.
- Luoghi segnalati: mercati, miniere, strade, uffici amministrativi.
- Gruppi colpiti: ex combattenti, giovani lavoratori, civili non armati.
- Metodi: arresti sul posto, liste di potenziali reclute, uso di informatori locali.
- Conseguenze immediate: spostamenti forzati, detenzioni temporanee, violenze fisiche.
Dove vengono portati i reclutati
I civili trattenuti sarebbero tenuti in uffici amministrativi, edifici abbandonati, scuole o strutture carcerarie prima di essere trasferiti in campi di addestramento dislocati nel nord-ovest e nel sud del Tigray. Le autorità regionali, stando alla versione del partito dominante, parlano di adesioni volontarie; le testimonianze raccolte da HRW ritraggono invece pressioni e coercizione.
Implicazioni e reazioni internazionali
La situazione compromette la tregua raggiunta nel novembre 2022 dopo anni di conflitto tra il governo federale e il Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray (TPLF). Il rischio è che la pratica del reclutamento forzato possa riaccendere tensioni su vasta scala e aggravare la crisi umanitaria nella regione.
Human Rights Watch invita l’Unione Africana e gli Stati che hanno sostenuto l’accordo di pace — tra cui Kenya, Sudafrica, Stati Uniti e Unione Europea — a esercitare pressioni per il rilascio dei minori e di chi è stato arruolato contro la propria volontà.
Cosa cambia per la popolazione
Per le comunità locali le conseguenze sono concrete: perdita di reddito, interruzione dei servizi essenziali e paura diffusa. Per le famiglie dei giovani reclutati, la minaccia più immediata è il rischio di ferite o morte durante trasferimenti forzati o operazioni militari.
Le autorità regionali hanno respinto le accuse minimizzando l’ampiezza dei fatti e sostenendo che molti si uniscono alle forze per difendere il territorio. Resta però aperta la domanda su come verificare in modo indipendente le pratiche di arruolamento e tutelare i diritti dei civili.
Prospettive
Se le segnalazioni dovessero essere confermate, la comunità internazionale si troverebbe a dover intervenire non solo sul piano diplomático ma anche su quello umanitario per proteggere i minori e garantire il rispetto delle norme sui conflitti armati. Nel frattempo, sul terreno, migliaia di persone vivono nell’incertezza.










