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Negli ultimi mesi si è diffusa l’idea che la stagione della body positivity sia finita: un annuncio che suona definitivo ma che rischia di semplificare una realtà molto più complessa. Piuttosto che morire, il movimento sembra essersi trasformato, fra critiche per la sua mercificazione, nuove pratiche come la body neutrality e una discussione pubblica che finalmente mette al centro le disuguaglianze sistemiche.
Perché oggi questa discussione conta
La questione è rilevante perché tocca salute mentale, mercato della moda, pubblicità e policy dei social network. Le trasformazioni in corso influenzano come i media rappresentano i corpi, quali prodotti vengono promossi e quali politiche pubbliche vengono richieste per contrastare discriminazioni e stigmi.
Quando si parla di fine, spesso si confonde il tramonto di uno slogan con il superamento delle sue premesse: molte persone hanno ottenuto visibilità, ma poche hanno visto cambiare le strutture che generano esclusione.
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Cosa significa realmente “la fine” della body positivity
Parlare di fine indica tre fenomeni osservabili nella conversazione pubblica: la reazione contro la mercificazione, lo spostamento terminologico verso concetti meno performativi e la richiesta di misure concretamente inclusive da parte di esperti e attivisti.
Non si tratta solo di parole: sempre più voci mettono in rilievo che una campagna pubblicitaria con modelli di taglie diverse non equivale a politiche sul lavoro, alla tutela sanitaria o all’accesso a servizi adeguati. In pratica, la pubblicità ha spesso preso il posto dell’azione politica.
Da slogan a pratiche: i nuovi orientamenti
Al centro del dibattito emergono alternative e correzioni di rotta.
- Body neutrality: invita a ridurre l’attenzione estetica sul corpo per concentrarsi sul funzionamento e sul benessere.
- Health at Every Size (HAES): propone approcci alla salute non basati esclusivamente sul peso, ma su abitudini, accesso ai servizi e benessere globale.
- Richieste di policy: attiviste e operatori sanitari chiedono regolamentazioni per evitare pratiche discriminatorie nel lavoro e nella sanità.
Come cambia il ruolo dei marchi e dei creator
Le aziende che avevano cavalcato la tendenza “inclusiva” si trovano ora sotto la lente: alcuni consumatori chiedono coerenza tra messaggi e pratiche aziendali, altri criticano l’uso strumentale delle immagini per aumentare vendite senza affrontare questioni strutturali.
Allo stesso tempo, molte creator che erano voci di sensibilizzazione criticano il passaggio da movimento a prodotto brandizzato. Questo ha portato a una diversificazione dei discorsi online: più nuance, meno slogan.
| Approccio | Obiettivo dichiarato | Critiche principali |
|---|---|---|
| Body positivity | Accettazione e celebrazione della diversità corporea | Spesso ridotta a marketing; poca attenzione alle disuguaglianze strutturali |
| Body neutrality | Ridurre l’enfasi estetica; focalizzarsi sulle funzioni del corpo | Per alcuni, percepita come distante o fredda; difficile da comunicare alle masse |
| HAES | Approccio alla salute basato su comportamenti e accesso ai servizi | Accettazione limitata in alcuni ambiti medici; richiede riforme sistemiche |
Implicazioni pratiche per i lettori
Chi legge dovrebbe chiedersi cosa veramente cambia nella vita quotidiana e quali scelte concrete può fare. Il rischio è cadere nella retorica dell’accettazione senza misure di supporto reale per chi subisce esclusione o discriminazione.
- Se sei consumatore: valuta la coerenza tra messaggi pubblicitari e pratiche aziendali.
- Se lavori nei media: evita rappresentazioni stereotipate e cerca storie che esplorino contesti e accessi reali.
- Se sei un professionista della salute: confrontati con approcci come HAES e promuovi servizi più accessibili e non stigmatizzanti.
Nel breve termine, aspettati più dibattito e meno slogan. A lungo termine, l’esito dipenderà dalla capacità delle istituzioni e delle aziende di tradurre rappresentazione in diritti concreti: accesso a cure, condizioni di lavoro e politiche pubbliche che realmente affrontino la discriminazione legata al corpo.
In altre parole: la “fine” proclamata della body positivity è meno una conclusione che una fase di maturazione. La posta in gioco resta alta, perché riguarda non solo come ci si vede, ma come la società organizza opportunità e protezioni per tutti i corpi.











