New York: dieci giorni di disegno, occasione per incontrare artisti emergenti

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Tra il 1° e l’11 aprile 2026 ho svolto una residenza artistica a New York ospitata dal bistrot-bookshop Sullaluna: un’esperienza breve ma densa che ha prodotto illustrazioni destinate a un progetto editoriale di Red Star Press, sostenuta dalla Ragusa Foundation for the Humanities. Quello che ho visto e raccolto in quei dieci giorni racconta qualcosa di concreto sul ruolo delle residenze brevi oggi: come catturano istanti di vita urbana, conversazioni improvvise e tensioni politiche che valgono anche per il pubblico italiano.

All’aeroporto di Fiumicino avevo ancora in testa un cartellone pubblicitario con la parola “sovranità digitale”: un modo bizzarro e insistente per ricordarmi che certe idee rimangono attaccate alla memoria più dei dettagli utili. È stato l’inizio di un viaggio in cui impressioni casuali hanno dettato il ritmo del lavoro.

Arrivo e primo sguardo

Sono stata ospite della sede newyorkese di Sullaluna, nata a Venezia e trasferita a Brooklyn per iniziativa di Fulgi Tonello insieme a Francesca Rizzi. Rispetto all’originale veneziana, qui il luogo è più bistrot che libreria, ma i libri per l’infanzia restano ovunque, da sfogliare tra un caffè e l’altro.

A tenere in piedi la sede americana c’è Giulia Aguì, che ha curato la mostra finale con le mie illustrazioni; tra lo staff ho conosciuto Benedetta, studentessa di medicina, e Marco, con un’identità divisa tra Italia e Stati Uniti. Sono incontri che hanno dato corpo al progetto molto più di quanto immaginassi.

La città, vista da Chinatown dove ho alloggiato, vive di dettagli quotidiani: esercizi mattutini nei parchi, anziani che praticano tai chi, cani ovunque. La convivenza tra estranei e animali sembra una delle costanti che rendono New York immediatamente riconoscibile.

Il lavoro: ritratti e racconti

Ho cominciato a fare ritratti quasi subito — dieci, poi venti, fino a raggiungere quota sessanta. Quello che mi ha sorpreso è stato il livello di confidenza che si crea in pochi minuti: persone sconosciute che con una rapidità inaspettata condividono qualcosa di personale.

Il tempo limitato sembra agire come catalizzatore. Senza prospettive di relazione futura, emergono frasi autentiche, a volte profonde, a volte banali, ma sempre rilevanti. Ho deciso così di accompagnare ogni ritratto con una frase reale pronunciata dalla persona ritratta: da disegni a testimonianze, sessanta piccole storie.

Lo sforzo era anche quello di sfruttare al massimo il sostegno ricevuto: la residenza era accompagnata da due incontri in università e dalla possibilità di esporre il lavoro. Per me era un’opportunità da onorare con mezz’ora per volta, ogni volta diversa.

Periodo Luogo Attività principali Esiti
1–11 aprile 2026 Sullaluna, New York (Brooklyn) Residenza di illustrazione; ritratti; mostra 60 ritratti con frasi, mostra finale, pubblicazione prevista da Red Star Press
Durante la residenza Yale e NYU Talk con studenti Dialoghi con classi guidate da Alessandro Giammei (Yale) e Andrea Capra (NYU)
Supporto New York Finanziamento e ospitalità Sponsor: Ragusa Foundation for the Humanities

Politica, città e percezione

Sul piano politico la presenza simbolica di Trump era costante — un’ombra che si percepisce anche senza discussioni ovvie per strada. Mi aspettavo murales o cartelloni più espliciti, ma la divisione sociale sembra manifestarsi in modo meno plateale: metà della popolazione appare infuriata, l’altra metà continua la sua vita come se nulla fosse.

Le proteste non sono mancate: durante i miei dieci giorni ci sono state diverse manifestazioni, tra cui sit-in contro l’ICE e contro Trump. Ma la politica tende a emergere dove si frequenta il contesto giusto; nei luoghi corporate, ad esempio, alcuni mi hanno detto che parlarne è rischioso per la carriera.

Ho anche chiacchierato con una street artist al lavoro su un muro: la sua lettura è netta, fatta di due blocchi contrapposti. Per chi osserva dall’esterno, la città appare divisa e insieme sorprendentemente indifferente.

Incontri accademici

Ho tenuto due talk: uno a Yale, rivolto agli studenti di Alessandro Giammei, e uno alla NYU con gli studenti di Andrea Capra. A Yale ho parlato in italiano; l’atmosfera, tra cortili antichi e finiture curiose, mi ha dato una sensazione familiare. Alla NYU, più immersa nella metropoli, ho presentato il lavoro in inglese e mi sono sentita più sotto i riflettori.

  • Yale: confronto in italiano, contesto accademico storico ed elegante.
  • NYU: ambiente urbano, pubblico più variegato, presentazione in inglese.
  • Entrambe le conversazioni hanno permesso di discutere il valore delle residenze brevi per pratiche creative contemporanee.

La differenza tra i due atenei ha confermato qualcosa che avevo intuito: il valore del progetto non risiedeva tanto nel luogo fisico, quanto nella sua capacità di catalizzare incontri e parole in tempi rapidi.

Brevità

Una sera, mentre sorseggiavo uno spritz a Bushwick, un giovane mi ha chiesto se fosse possibile “capire” una città in dieci giorni. La risposta è no, eppure la domanda non era quella: non volevo comprendere New York nel suo complesso, ma trovare il senso di quel soggiorno breve e la cifra del mio lavoro.

Il filo conduttore è stato proprio il concetto di breve: ritratti effimeri, scambi rapidi, residenza limitata nel tempo. La compressione temporale ha reso possibile un’intimità inattesa — come quando, in visita a un amico in un’altra città, in poche ore ti ritrovi a condividere confidenze con persone appena conosciute.

Alla fine ho unito i disegni alle frasi raccolte: non più soli ritratti, ma piccole narrazioni. Sessanta istantanee di vita urbana che presto avranno una nuova forma editoriale grazie a Red Star Press.

L’ultima serata è stata un breve tour di festeggiamenti: vernissage da Sullaluna, cena a casa di un amico e un rooftop con lo staff — poi il volo di ritorno, la Portuense, Roma. Tornare in Italia dopo dieci giorni è stato come chiudere un capitolo rapido ma segnato da molte piccole aperture.

Questa residenza conferma una tesi semplice ma attuale: le esperienze brevi continuano a essere luoghi di produzione culturale significativo, perché condensano tempo, incontro e intenzione in spazi che favoriscono rivelazioni improvvise. Per chi lavora con l’immagine e la parola, vale la pena provarci.

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