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A Venezia, la mostra di Joseph Kosuth alla Casa dei Tre Oci ridefinisce il ruolo del linguaggio nell’arte contemporanea e solleva questioni che riguardano oggi anche chi lavora con intelligenza artificiale e blockchain. Visitabile fino al 22 novembre 2026 e documentata nel catalogo edito da Marsilio Arte, l’esposizione mette in scena una pratica che da mezzo critico è diventata paradigma.
Promossa da Berggruen Arts & Culture e Berggruen Institute Europe, la rassegna — curata da Mario Codognato con Adriana Rispoli — raccoglie opere storiche e nuove installazioni che ricostruiscono un percorso teorico iniziato negli anni Sessanta.
Dal linguaggio come strumento alla lingua come oggetto
Kosuth ha trasformato la domanda su “che cos’è l’arte” in un’indagine sulle modalità con cui il significato viene prodotto. Influenzato dalle riflessioni di Wittgenstein sulle pratiche linguistiche, ha spostato l’attenzione dalle immagini agli atti del linguare, cercando di mostrare l’arte come una forma di costruzione del senso, non come finestra su un mondo altro.
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Negli anni Sessanta questo approccio ha voluto sfidare la cornice tradizionale della pittura e della scultura, facendo emergere la «forma di presentazione» — il modo in cui qualcosa viene mostrato — come oggetto di indagine. In pratica, Kosuth non si è limitato a rappresentare, ma ha formalizzato il linguaggio come medium che rimanda al suo stesso funzionamento.
Un’opera-chiave e la sua lezione
One and Three Chairs è uno dei lavori che meglio illustra questa logica: oggetto reale, sua immagine fotografica e la definizione testuale convivono per mettere in luce relazioni di senso piuttosto che una singola verità. L’idea che l’arte sia prima di tutto un’idea — e che questa idea debba essere costantemente ripensata — è alla base di quella esperienza storica.
La reazione del contesto artistico dell’epoca fu spesso ostile: la proposta di Kosuth fu avvertita come una rottura netta con ruoli e gerarchie consolidate. Da allora ha sostenuto che, dopo Duchamp, l’arte si è mossa principalmente sul piano concettuale, dove il contenuto e il contesto prevalgono sul mestiere materiale.
Perché il neon?
La scelta del neon non è casuale: materiale della comunicazione urbana e della pubblicità, il neon diventa qui veicolo di pensiero invece che strumento di vendita. Kosuth lo impiega per rendere pubblico un discorso, sfruttando la carica visiva del medium senza legarlo a un significato storico preesistente come avverrebbe con marmo o tela.
Più che il mezzo, l’artista ha sempre valorizzato il contesto: spostando l’opera fuori dal museo — su giornali, cartelloni o nello spazio pubblico — modifica il processo interpretativo e, di conseguenza, il significato.
Protocollo, codice e responsabilità
Oggi molti creatori sperimentano con sistemi che incorporano regole predeterminate: intelligenza artificiale, smart contract, generative design. Kosuth vede nei procedimenti basati su regole una naturale estensione del suo interesse per le modalità di produzione del senso, ma avverte anche il pericolo che l’arte si trasformi in mera dimostrazione tecnica se manca una posizione critica.
Secondo l’artista, esiste una responsabilità etica nel modo in cui si usa il «surplus di significato» creato dalle tecnologie: l’opera dovrebbe promuovere un’autocoscienza riflessiva, non limitarsi a mostrare abilità algoritmica. Il dialogo con chi guarda, sottolinea Kosuth, deve nascere come un discorso interiore — un processo che richiede più il vedere che il semplice guardare.
Cosa cambia per il pubblico e per gli artisti
- Per il pubblico: la mostra invita a riconoscere il ruolo attivo dell’interpretazione: l’opera non consegna risposte immediate, ma sollecita riflessione.
- Per gli artisti: la tecnologia offre strumenti nuovi, ma la potenza formale va accompagnata da una strategia critica che mantenga il centro sul significato.
- Sul piano istituzionale: spostare il focus dal manufatto al contesto può implicare nuove pratiche espositive e modelli di fruizione.
La rassegna veneziana di Kosuth è quindi più che una retrospettiva: è un promemoria pratico e teorico su come il linguaggio — e le regole che lo governano — continui a determinare la posta in gioco dell’arte contemporanea. Visitandola si ha l’occasione di osservare come concetti sviluppati sei decenni fa dialoghino oggi con tecnologie e pratiche emergenti.












