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Nel 2025 l’Italia registra uno spostamento significativo nell’approccio ai campi rom: il nuovo report presentato in Senato rivela una riduzione consistente degli insediamenti e l’avvio di percorsi concreti per spostare famiglie verso soluzioni abitative ordinarie, ma mette anche in luce che molte criticità restano aperte e urgenti. Perché conta oggi: le scelte politiche e sociali in corso determineranno l’efficacia dell’inclusione e la tenuta del tessuto civile nelle aree coinvolte.
Risultati chiave del rapporto
Il documento intitolato Cento campi, redatto dall’Associazione 21 luglio e presentato nella Sala Zuccari del Senato, fotografa un trend di dismissione degli insediamenti monoetnici che va avanti da anni ma accelera nel 2025.
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- Negli ultimi dieci anni gli insediamenti formali si sono ridotti di circa il 34%.
- La popolazione residente in questi siti è scesa di circa il 63%, da 28.000 a poco più di 10.200 persone.
- Sono censiti attualmente 98 insediamenti all’aperto (tra baraccopoli e macroaree) in 64 Comuni distribuiti su 12 Regioni, oltre a circa 2.000 persone che occupano campi informali.
- Complessivamente, le persone che vivono in questi contesti rappresentano circa lo 0,02% della popolazione nazionale.
- Circa il 70% dei rom e sinti in Italia ha la cittadinanza italiana, mentre meno di 600 persone risultano a rischio apolidia.
Condizioni di vita e impatto sociale
Nonostante i progressi sul piano numerico, la qualità della vita in molte aree rimane drammaticamente insufficiente: mortalità e salute sono influenzate dalla povertà abitativa, l’accesso ai servizi è limitato e l’età media nelle baraccopoli è molto più bassa rispetto al resto del Paese.
Secondo il report, l’aspettativa di vita nelle baraccopoli è stimata in decine di anni inferiore rispetto alla media nazionale; l’età media tra gli abitanti dei campi è intorno ai 25 anni, mentre nel complesso della popolazione italiana si avvicina ai 48 anni. I minori costituiscono una quota rilevante — circa il 55% — rendendo urgente l’intervento sui servizi educativi e sanitari.
Le testimonianze raccolte per il rapporto raccontano condizioni quotidiane di forte marginalizzazione: persone che descrivono ambienti privi delle strutture più elementari, con problemi di igiene correlati alla mancanza di servizi adeguati e infrastrutture.
Progetti di uscita e interventi locali
Il 2025 registra anche casi concreti di transizione: cinque insediamenti sono stati definitivamente chiusi dopo il trasferimento dei residenti in soluzioni abitative alternative, mentre in altri tredici è in corso un percorso di fuoriuscita.
Tra le esperienze citate nel rapporto ci sono interventi coordinati sia dalle amministrazioni sia da realtà di volontariato. Alcuni esempi:
- Macroaree e baraccopoli interessate da progetti di superamento: Ivrea, Milano, Asti, Selargius e Lamezia Terme.
- A Roma si segnalano cinque siti in fase di chiusura, compreso l’intervento previsto per il campo di via di Salone.
- La Città Metropolitana di Napoli ospita il campo di via Carrafiello, il più grande d’Italia con circa 545 abitanti, incluso tra i siti per i quali l’associazione promuove percorsi di inserimento residenziale.
- Azioni di cittadinanza attiva, come il progetto del gruppo scout Agesci Roma 8 denominato “Il nomade”, hanno contribuito a trasformare un container in uno spazio educativo e a produrre un documentario collettivo che documenta la vita del campo.
Pericoli e tensioni
L’avanzamento materiale nella riduzione dei campi non ha azzerato i rischi di conflitto sociale: il rapporto registra episodi di violenza e intimidazione avvenuti nel 2025, che segnalano come il pregiudizio e la marginalizzazione possano sfociare in atti criminali.
Tra gli episodi documentati si annoverano un colpo di fucile esploso ad aprile contro una casa destinata a una famiglia rom a Cossoine e un incendio doloso appiccato a maggio a Giugliano a una palazzina assegnata il giorno prima a sei famiglie provenienti proprio da via Carrafiello.
Cosa cambia e cosa resta da fare
Il report indica che il modello dei «campi» sta perdendo terreno, ma mette in guardia: il percorso verso un’integrazione stabile richiede politiche abitative inclusive, investimenti nei servizi sanitari ed educativi e percorsi di accompagnamento sociale che riducano il rischio di esclusione.
Per i decisori pubblici e per le comunità locali la posta in gioco è doppia: garantire il diritto a una vita dignitosa per le persone coinvolte e prevenire fenomeni di esclusione che alimentano tensioni e insicurezza sociale. Le esperienze positive segnalate mostrano che interventi partecipati e integrati possono funzionare, ma sono necessari impegni sistematici e coordinati per replicarli su scala più ampia.
In sintesi, il 2025 segna un punto di svolta nelle politiche sui campi monoetnici: i numeri e le iniziative attive offrono spazi di sperimentazione, ma il successo dipenderà dalla capacità di trasformare progetti locali in politiche nazionali sostenute e dalla volontà di contrastare la discriminazione ancora presente nella società.












