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Arresti recenti in Indonesia sollevano dubbi su una catena di approvvigionamento che interessa direttamente la transizione energetica europea: tonnellate di olio di palma potrebbero essere entrate nel mercato dei biocarburanti fingendosi scarti industriali. Se la frode fosse confermata, l’Europa rischia di aver sostituito l’olio di palma con se stessa, vanificando norme e incentivi pensati per ridurre impatti climatici e deforestazione.
Manette in Indonesia, accusa di frode su larga scala
La settimana scorsa le autorità indonesiane hanno arrestato Fadjar Donny Tjahjadi, dirigente tecnico delle dogane, insieme ad altri indagati ritenuti coinvolti in spedizioni etichettate come residui della lavorazione dell’olio di palma ma sospettate di essere olio di palma greggio destinato all’esportazione.
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Secondo le accuse, il materiale finito sul mercato internazionale era spacciato per POME (un residuo della lavorazione). Le imputazioni, che includono ipotesi di evasione fiscale e corruzione, potrebbero comportare pene gravissime per gli indagati.
Perché questa vicenda conta oggi
Dal momento che l’Unione europea ha avviato il graduale abbandono dell’olio di palma nei biocarburanti nel 2019, l’industria ha rivolto lo sguardo verso materie prime definite “di scarto”. Tra queste, il POME e l’olio da cucina usato (UCO) sono diventati fondamentali per i carburanti avanzati come l’olio vegetale idrotrattato (HVO) e il carburante sostenibile per l’aviazione (SAF).
Ma la domanda è salita così rapidamente che molti osservatori si chiedono se esista davvero sul mercato l’offerta dichiarata di questi residui. Un rapporto del 2025 di Transport & Environment ha evidenziato che il consumo europeo di “rifiuti” derivati dall’olio di palma supera ciò che pare plausibilmente disponibile a livello globale.
In Italia la svolta è visibile: la bioraffinazione ha visto nel 2024 il POME diventare la prima materia prima per i biofuel, con circa 636.000 tonnellate registrate dal GSE. Se parte di quel flusso fosse in realtà olio di palma vergine, le conseguenze ambientali e normative sarebbero rilevanti.
Limiti ai controlli e incentivi che possono favorire frodi
Le norme europee riconoscono e premiano i biocarburanti prodotti da rifiuti, attribuendo loro un “peso” favorevole nel conteggio degli obiettivi climatici. Questo crea forti incentivi economici a dichiarare una materia prima come residuo piuttosto che come prodotto vergine.
Controllare l’origine di scarti industriali che attraversano oceani è però estremamente complicato. Come ammesso dalla ex commissaria europea all’Energia nel 2024, le autorità dell’UE non dispongono di poteri estesi per ispezionare impianti fuori dal territorio europeo, lasciando un vuoto di verifica sui fornitori esteri.
Implicazioni concrete per consumatori, industria e politica
- Ambientale: se biocarburanti “avanzati” contenessero olio di palma, gli impatti su deforestazione e emissioni potrebbero essere sottostimati.
- Regolamentare: incentivi e certificazioni rischiano di perdere credibilità se non si riesce a tracciare l’origine delle materie prime.
- Economico: frodi su larga scala distorcono i prezzi e favoriscono operatori che dichiarano impropriamente rifiuti per ottenere vantaggi.
- Politico: la fiducia nelle strategie di decarbonizzazione dei trasporti può risentirne, aumentando il rischio di reazioni restrittive o di revisione delle norme.
| Voce | Dato/Osservazione |
|---|---|
| Decisione UE su olio di palma | Fase di eliminazione iniziata nel 2019 |
| POME in Italia (2024) | Circa 636.000 tonnellate (dati GSE) |
| Tendenza 2022–2025 | Forte aumento della domanda europea di materie prime “da rifiuto” |
Non tutte le domande hanno una risposta semplice. Se le spedizioni indonesiane risultassero effettivamente costituite da olio di palma e non da residui, parte del presunto progresso europeo verso carburanti più sostenibili sarebbe in realtà un ritorno, mascherato, all’uso di una materia prima che l’UE aveva voluto scoraggiare.
Le autorità europee e gli operatori del settore si trovano dunque davanti a scelte concrete: rafforzare i sistemi di controllo sulle importazioni e la tracciabilità, imporre limiti a materie prime valutate ad alto rischio, o rivedere gli incentivi che stanno creando forti pressioni sul mercato dei rifiuti. Nel frattempo, le indagini in Indonesia potrebbero rappresentare il primo segnale di una problematica più ampia.
Carlo Tritto
Responsabile dei combustibili sostenibili, Transport & Environment Italia












