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Al Museo del Patriarcato di Milano una parete si è trasformata in una conversazione silenziosa ma potente: lettere e disegni inviati da bambine e ragazze di Asia e Africa che chiedono di non essere più costrette a sposarsi. Il tema è urgente: riguarda centinaia di milioni di persone nel mondo e rischia di riprodursi se non si interviene con politiche e servizi concreti.
Decine di fogli, scritture in lingue diverse e disegni vivaci compongono l’installazione promossa da ActionAid. Vengono da paesi come Nepal, Bangladesh, Uganda, Kenya, Tanzania, Malawi e Nigeria e raccontano, con parole semplici e dirette, il desiderio di continuare la scuola invece di entrare in un matrimonio precoce o subito in una gravidanza non voluta.
Messaggi pubblici e reazioni dei visitatori
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Accanto ai materiali inviati dalle ragazze, il museo ha raccolto le reazioni dei visitatori: centinaia di biglietti e post-it hanno affollato un muro bianco, trasformando l’esposizione in uno spazio di confronto aperto. Sono arrivate oltre seimila visite che hanno lasciato commenti, domande e appelli, segnali utili per misurare la ricezione pubblica della campagna.
Il fenomeno non è marginale: nel mondo circa 650 milioni di donne sono state costrette a sposarsi durante l’infanzia e, allo stato attuale dei progressi, servirebbero secoli per azzerare il fenomeno senza un’accelerazione delle azioni globali.
La campagna e il video
Per sensibilizzare l’opinione pubblica, ActionAid ha lanciato la campagna “I’ll Marry When I Want”, accompagnata da un video ispirato alla poesia di Eileen Piri, una ragazza del Malawi. Il filmato mostra alunne della scuola di Buwongo, nel distretto di Namutumba (Uganda), che scelgono i banchi della scuola al posto dei simboli nuziali: immagini pensate per parlare al grande pubblico e mettere in scena una scelta possibile.
Le ragazze appaiono in divisa blu, giocano e distruggono oggetti legati al matrimonio precoce in un gesto simbolico di rottura con pratiche imposte dall’alto.
Un volto del problema: la storia di Aliyah
La vicenda di Aliyah, una giovane ugandese, mette in luce come condizioni di povertà e crisi sociale possano favorire matrimoni imposti. Sposata a 14 anni dopo essere rimasta orfana di madre, ha visto l’uomo che l’aveva adescata sparire quando ha scoperto della sua gravidanza. Cacciata di casa e sola con una neonata, Aliyah ha dovuto affrontare la quotidianità più dura.
Dopo un periodo da domestica in città e con il sostegno locale, ha incontrato Immaculate, responsabile del programma per i diritti delle bambine di ActionAid nel distretto. La mediazione ha permesso ad Aliyah di tornare in famiglia, riprendere la scuola a 18 anni e avviare una piccola attività (allevamento di pulcini) per pagare le rette per sé e per sua figlia.
La sua esperienza mostra come il recupero sia possibile quando esistono servizi di sostegno e percorsi educativi accessibili.
- Dove il fenomeno è più diffuso: i tassi più alti si riscontrano nell’Africa subsahariana e in alcune aree dell’Asia meridionale.
- Niger: circa 76% delle donne è stata sposata durante l’infanzia.
- Repubblica Centrafricana: 61%.
- Bangladesh: 51%.
- India: circa 23%.
Globale e strutturale, il fenomeno è legato a pratiche patriarcali, povertà estrema e all’aggravarsi delle crisi (umanitarie, climatiche, sfollamenti). In molte zone le ragazze vengono rapite e costrette a unirsi ai loro aguzzini, spesso uomini molto più anziani.
Un altro dato preoccupante: oggi una donna su cinque nella fascia 20–24 anni è stata sposata da bambina, mentre dieci anni fa la proporzione era quasi una su quattro — un miglioramento lento, non abbastanza rapido da parlare di vittoria.
Violenza e mancanza di servizi restano ostacoli concreti. In Uganda, su una popolazione di oltre 45 milioni di persone, sono attivi soltanto 18 centri antiviolenza per donne e ragazze, 11 dei quali gestiti da ActionAid. Il 44% delle donne ha subito violenza fisica e quasi la metà ha subito violenza sessuale nel corso della propria vita, cifre che evidenziano l’urgenza di interventi strutturali.
Perché conta oggi
La mostra milanese e la campagna collegata non sono solo testimonianze: sollevano questioni pratiche su educazione, protezione e servizi di assistenza a cui i governi e la società civile devono rispondere. Il rischio è che, senza investimenti mirati in istruzione, centri antiviolenza e programmi di sostegno economico, le nuove generazioni continuino a pagare il prezzo di consuetudini che negano diritti fondamentali.
Visitare l’esposizione, vedere il video e leggere le lettere significa comprendere le conseguenze reali di queste scelte sulle vite delle ragazze e sostenere politiche che offrano alternative concrete al matrimonio precoce.












