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Mimosa Martini, per tre decenni uno dei volti e delle voci più riconoscibili del Tg5, ha tracciato nelle scorse ore un bilancio della sua carriera e spiegato perché ha deciso di lasciare l’azienda. La sua storia parla ancora alla cronaca di oggi: mette in luce tensioni interne nelle redazioni, la trasformazione del mestiere del corrispondente e il valore dell’esperienza sul campo.
La scelta di andarsene
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Dopo anni da inviata in teatri di guerra e grandi coperture internazionali, Martini ha raccontato di essere uscita da Mediaset quando la collaborazione si è fatta insostenibile. Secondo la sua ricostruzione, il rapporto con la direzione si è deteriorato e il trasferimento all’agenzia interna non ha risolto la situazione, al punto che nel 2021 ha rassegnato le dimissioni.
Pur lontana dalle logiche aziendali, non esclude di tornare in video per compiti di grande rilievo: se ci fosse la possibilità di seguire un progetto importante insieme a chi considera un punto di riferimento, spiega che partirebbe subito.
Dove lavora ora
Oggi Martini ha riallineato la sua quotidianità su attività più tranquille ma ugualmente legate alla parola scritta: traduce saggi e romanzi dal francese e dall’inglese e si dedica alla narrativa. I suoi ultimi romanzi prendono spunto da luoghi che ha visitato in passato, dalla Mongolia al Polo Nord, e riflettono la lunga traiettoria di viaggi e inchieste che l’hanno formata.
- Professione attuale: traduttrice letteraria e autrice di romanzi.
- Formazione: studi iniziati in Economia, poi passati a Sociologia; primo impegno giornalistico già alla radio.
- Transizione professionale: da inviata storica a freelance culturale e letteraria.
Gli inizi e la radio
Il debutto vero arriva giovanissima nella radio pubblica, dove un incontro casuale con un nome noto del giornalismo le apre le porte di un programma importante. All’epoca le agende erano di carta e le relazioni con i grandi protagonisti della politica e della cultura si costruivano telefonando a uffici e segreterie.
Quella esperienza le ha dato contatti e responsabilità: invitare ospiti di primo piano, gestire scambi difficili e imparare a destreggiarsi tra le urgenze del live. Poi la chiamata del Tg3 e, poco dopo, l’approdo al nuovo progetto che stava nascendo sotto la guida di Enrico Mentana.
Fondazione del Tg5 e i primi invii esteri
Quando il Tg5 ha mosso i primi passi nel 1992, Martini è tra i giornalisti che costruiscono il notiziario da zero. In un ambiente senza una rete di corrispondenze estere consolidate, ogni emergenza significava partire e improvvisare.
Il suo lavoro in quegli anni la porta nei Balcani, teatro di un conflitto che la mette spesso al centro dell’attenzione pubblica, e poi a New York dopo l’attentato dell’11 settembre 2001. Racconta le difficoltà di documentare Ground Zero in quei giorni: permessi ristretti, lunghi turni e la fatica di restare umanamente dentro un orrore collettivo.
- 1992: fondazione del Tg5, tra i membri storici della redazione.
- Anni ’90: coperture dai fronti dei Balcani.
- 2001: presenza a New York dopo l’11 settembre; copertura prolungata e poi spostamento in Asia centrale.
Rischi e incontri spettacolari
I ricordi di Martini alternano momenti di grande pericolo a incontri memorabili sul campo. Racconta di figure tribali che le prestarono aiuto in zone ostili, di giornate in cui ha dormito negli aeroporti per riuscire a raggiungere una destinazione e di periodi di forte stress psicologico al ritorno, la cosiddetta sindrome del reduce.
Non sono mancati episodi di tensione estrema: durante alcune missioni si è trovata vicina ai combattimenti e ha dovuto improvvisare riprese e interviste anche senza operatori. In Egitto, durante le rivolte del 2011, è rimasta senza squadra tecnica ma ha continuato a documentare i fatti con i mezzi a disposizione.
Altri fronti: Iraq, Iran, Egitto
Nel corso degli anni la sua esperienza si estende ai conflitti del nuovo millennio: la guerra in Iraq, le tensioni in Iran e le primavere arabe. In più di un’occasione descrive di aver messo a rischio l’incolumità pur di raccogliere immagini e testimonianze, azioni che le hanno lasciato segni sia fisici sia emotivi.
Perché conta ancora oggi
La vicenda di Martini è indicativa di tendenze più ampie nel giornalismo contemporaneo: la perdita di figure con esperienza sul campo, la difficoltà di conciliare le esigenze aziendali con il lavoro di corrispondenza e la trasformazione delle carriere in direzione del freelance o del lavoro culturale. Per i lettori, il suo percorso offre uno spaccato sul prezzo della cronaca e sull’importanza di salvaguardare competenze che non si acquisiscono in redazione ma sul terreno.
Martini mantiene un rapporto vivo con il pubblico: viene spesso riconosciuta dalla voce, dice chi la incontra, e continua a ricevere domande e richieste di racconto. E se oggi preferirebbe una meta più sicura che non l’Iran — citando Dubai come esempio — resta pronta a ripartire per storie importanti, a dimostrazione che l’istinto del cronista non si spegne facilmente.












