Biennale accende il confronto: opere italiane scuotono la scena internazionale

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Con te con tutto, il progetto di Chiara Camoni curato da Cecilia Canziani e scelto per rappresentare l’Italia alla Biennale di Venezia, propone un ritorno deciso alla materialità e alle relazioni immediate: un motivo oggi rilevante, in un’epoca immersa nello schermo e nelle connessioni mediate. La mostra, aperta fino al 22 novembre, riempie il padiglione con figure, oggetti e pratiche collaborative che raccontano come il contatto fisico possa restituire senso e coesione.

Una comunità in piedi

Nel primo ambiente Camoni dispiega un vero e proprio “bosco” di sculture: figure slanciate, ieratiche, che appaiono insieme distinte e coese. Alcune sono più definite nei volti e nei corpi, altre si compongono di frammenti, ma tutte offrono un’immagine di presenza corporea e resistenza.

Tra conchiglie, arbusti, pietre e pezzi di plastica raccolti vicino allo studio, le opere rimandano tanto alla cura quanto allo scarto: elementi trovati che diventano parte integrante della forma. Alcuni lavori si intitolano Sister, e comunicano una solidarietà verticale, decisa, che non si presta a sguardi pietistici o passivi.

Espansione orizzontale

Nel corpo centrale dell’allestimento l’orientamento cambia: lo sviluppo è più orizzontale, ma non nel senso tradizionale della rappresentazione femminile come immobile o esposta. Qui l’orizzontalità si diffonde come una rete, riempiendo il pavimento e collegando pezzi, corpi e oggetti in una trama che sembra crescere dal contatto.

Camoni interpreta questi intrecci come la materializzazione di rapporti costruiti «stando nei corpi, in prossimità»: una pratica basata su incontri diretti, sui piccoli gruppi e sulla capacità di trasformazione che si propaga per contagio e si moltiplica.

  • Le sculture: figure alte e composte, alcune realizzate con migliaia di frammenti.
  • Gli oggetti a terra: residui industriali di plastica trasformati in forme che suggeriscono fluidità.
  • La collaborazione: opere “a più mani” nate da pratiche condivise, dalla prima esperienza con la nonna fino a progetti collettivi più recenti.
  • I materiali: terracotta policroma, gres smaltato con minerali raccolti sul territorio, marmi come scarto di cava.

Dialoghi e presenze

La mostra non è monologica: all’interno di installazioni ricavate da mobili riassemblati sono inserite opere di altri artisti — tra cui Fausto Melotti, Marisa Merz, Alice Rohrwacher e Annamaria Ajmone — selezionate per stabilire un confronto sensibile con il lavoro di Camoni.

La curatela di Canziani nasce dal dialogo e da una pratica fatta di tempo condiviso: non soltanto incontri professionali, ma anche passeggiate, conversazioni e momenti familiari che hanno modellato un modo di lavorare e di pensare insieme. Questo dialogo, trasferito poi nello spazio espositivo, rende la mostra una prosecuzione del rapporto umano che l’ha generata.

Il ritorno alla materia

Al centro dell’ultima sezione c’è la volontà di riaprire il rapporto con la materia attraverso la manipolazione diretta. Le opere testimoniano processi lenti: il gres smaltato con terre, sabbie e ceneri raccolte dall’artista; il recupero di marmi provenienti da scarti di cava; la ceramica come trascrizione di paesaggi.

Questo avvicinamento tattile alle cose è presentato anche come una risposta alla crescente smaterializzazione digitale: mentre schermi e flussi di informazioni tendono a isolare mani e corpi, la mostra insiste sulla responsabilità del toccare, modellare e conservare.

Nel catalogo pubblicato da NERO Editions, testi che guardano al femminismo e al transfemminismo accompagnano l’allestimento, offrendo cornici teoriche che hanno influenzato l’artista e la curatrice. Uno dei contributi cita il ruolo delle mani nella costruzione pratica del mondo quotidiano, ricordando quanto il lavoro manuale sia centrale per sostenere valori condivisi.

Cecilia Canziani definisce il progetto anche come il frutto di un’amicizia — spesso politica — che apre uno spazio tra persone e pratica artistica, trasformandolo in progetto collettivo: un esito che il padiglione riesce a comunicare con chiarezza.

In un tempo in cui la relazione sembra sempre più mediata, il padiglione italiano alla Biennale stampa nel visitatore l’idea che il contatto diretto, la manipolazione dei materiali e il lavoro corale possano ancora produrre senso e bellezza.

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