Mostra sommario Nascondi sommario
Ottantadue anni dopo quei giorni drammatici, una ricerca storica riapre il caso di cinque operai fiorentini deportati a Mauthausen dopo uno sciopero nella Firenze occupata: la vicenda mette in luce responsabilità, omissioni giudiziarie e il prezzo pagato dalle famiglie nel dopoguerra. È una storia che riguarda la memoria pubblica e la qualità della democrazia odierna: perché ciò che è rimasto senza verità allora continua a chiedere conto oggi.
All’origine c’è la Sitca–Cartiera Cini, stabilimento nel centro di Firenze con una forza lavoro largamente femminile che produceva carta scolastica e materiale cartografico. Tra il 1943 e il 1944 la crisi produttiva e la repressione dell’occupazione tedesca crearono tensioni profonde: le condizioni di vita e di lavoro precipitarono e, in marzo 1944, il richiamo alla mobilitazione del Fronte della Resistenza sfociò in uno sciopero che avrebbe avuto conseguenze tragiche.
Il fermo e la deportazione
Balenciaga: Piccioli rivoluziona il marchio con palette audace e volumi scultorei
Matt Damon perde 10 kg per Ulisse e usa protesi alle braccia: Charlize Theron lo ha visto nudo
Il 6 marzo molte operaie e operai della cartiera aderirono all’appello per scioperare. Il giorno dopo il commissario capo della polizia, Franco Barone, accompagnato da un ingente dispositivo di pubblica sicurezza e dal capofabbrica guidato a perlustrare i reparti, procedette agli arresti.
Settantadue donne e cinque uomini furono prelevati; le operaie furono rilasciate poco dopo, ma i cinque uomini — identificati come attivisti della protesta — furono condotti alle Scuole Leopoldine e consegnati alle autorità tedesche. L’8 marzo salirono su un vagone piombato diretto a Mauthausen, da cui non fecero ritorno.
I protagonisti
I nomi di quegli operai sono oggi ricordati grazie alla ricostruzione delle giornaliste Vera Paggi e Lorenza Pleuteri: Guido Anichini, Tommaso Ciullini, Cesare Mori, Carlo Lumini e Guido Cambi. Tutti lavoravano alla cartiera e, come molte famiglie fiorentine dell’epoca, pagarono con la vita l’opposizione aperta al regime e all’occupazione.
- Guido Anichini — operaio alla Sitca, arrestato dopo lo sciopero e deportato;
- Tommaso Ciullini — figura chiedente verità dalle generazioni successive;
- Cesare Mori — coinvolto nei tragici trasferimenti verso i lager;
- Carlo Lumini — vittima della consegna alle autorità naziste;
- Guido Cambi — uno dei cinque operai il cui destino è stato ricostruito dagli archivi.
La vicenda non si esaurisce con la deportazione: le famiglie intrecciarono una lunga battaglia per denunciare i fatti e ottenere verità e giustizia, spesso contrastando omissioni giudiziarie e carriere pubbliche di ex responsabili del periodo repubblichino.
Il libro che riapre le carte
Il volume E poi torno anch’io, pubblicato da Mimesis, è il frutto di un’indagine su documenti d’archivio, testimonianze di familiari e materiale audiovisivo raccolto per un documentario. Le autrici ricostruiscono sia le storie personali dei cinque operai sia le fasi successive: le denunce delle operaie, il mancato processo e i percorsi istituzionali di chi fu responsabile degli arresti.
Attraverso le voci delle vedove, dei figli e dei nipoti si ricompone il lato umano di una vicenda che per decenni è rimasta in ombra; quelle memorie familiari si affiancano agli atti ufficiali per restituire un quadro più completo degli eventi.
Perché questa storia conta ancora
La ricerca solleva due questioni rilevanti per il presente: la gestione della memoria storica e la tenuta delle istituzioni nelle fasi di crisi. Molti degli elementi emersi indicano come responsabilità e impunità possano avere effetti duraturi sulla fiducia pubblica.
Lorenzo Tombelli, presidente dell’ANED, ha sottolineato che recuperare questi episodi significa colmare «una zona d’ombra» della memoria civile e ricordare che la libertà va difesa anche nelle sue forme più quotidiane. Non è solo domanda di giustizia per le famiglie: è un monito per la società contemporanea a vigilare sulle dinamiche che possono portare all’autoritarismo.
Il libro mette in rilievo, inoltre, l’importanza delle fonti primarie: tra carte d’archivio, denunce e testimonianze orali emergono elementi che smentiscono letture semplicistiche del dopoguerra e mostrano come la storia locale possa avere ripercussioni sul piano nazionale.
Cosa lascia in eredità questa vicenda
La ricostruzione invita a riflettere sul rapporto tra lavoro, repressione politica e responsabilità istituzionale. Per i lettori di oggi, le domande poste dalla vicenda sono concrete: cosa significa responsabilità pubblica dopo un conflitto? Come assicurare trasparenza e memoria quando le vittime sono state private della possibilità di essere ascoltate?
Rendere visibile il passato, con documentazione e narrazioni solide, è uno strumento contro l’oblio. E poi torno anch’io prova a fare proprio questo: restituire volto e storia a chi fu cancellato dal lager e ricordare che le battaglie per verità e memoria possono durare generazioni.












