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Sessant’anni dopo la sua uscita, il viaggio intellettuale avviato da Carlo Ginzburg con I benandanti resta un punto di riferimento per chi studia il rapporto fra narrazione, memoria e pratiche popolari. Il libro nacque da un lavoro d’archivio in Friuli e da allora ha alimentato dibattiti sul confine fra storia e immaginazione, rendendo attuali questioni sulle radici culturali delle pratiche agro‑rituali e sul modo in cui gli storici raccontano il passato.
Negli anni Sessanta Ginzburg si immerse negli archivi arcivescovili di Udine, dove trovò gli atti inquisitoriali che documentavano le vicende dei cosiddetti benandanti, gruppi contadini che praticavano riti legati alla fertilità della terra. Quei verbali illustravano un mondo di credenze, movimenti notturni e conflitti con l’autorità religiosa: materiali che il giovane storico trasformò in indagine metodica e narrativa.
La pubblicazione del 1966 fu accolta con interesse anche fuori dalle aule accademiche. Critici letterari come Giorgio Manganelli riconobbero una tensione narrativa nel saggio, arrivando a definirlo — in termini che fecero discutere — «un dramma religioso», perché il racconto storico mostrava, più che dati secchi, un tessuto umano denso di motivazioni e simboli.
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Ginzburg non si limitò a catalogare fatti: sostenne che la storia guadagna profondità quando lo storico sa usare forme di immaginazione controllata. In un’intervista ad Adriano Sofri consigliò esplicitamente ai giovani studiosi di «leggere romanzi», per affinare quella capacità empatica che oggi viene chiamata immaginazione morale. Non si tratta di confondere finzione e prova, spiegava, ma di usare la narrativa per comprendere meglio le scelte e i sentimenti delle persone del passato.
Metodo e contrasti con altri studiosi
La relazione intellettuale tra Ginzburg e altri antropologi e storici del Novecento offre un confronto utile per capire il suo metodo. Ernesto De Martino, autore de Il mondo magico, affrontò fenomeni simili ma con una diversa apertura interpretativa: De Martino era più incline a considerare reali certe dimensioni magiche osservate nelle comunità; Ginzburg, invece, analizzò quei fenomeni dal punto di vista delle pratiche culturali e della documentazione, cercando di ricostruirne il funzionamento interno senza assumerne a priori la veridicità soprannaturale.
Questa distanza metodologica ha prodotto due eredità distinte: una che cerca gli effetti simbolici e psicologici delle credenze (De Martino), l’altra che enfatizza l’uso critico delle fonti e la ricostruzione interpretativa (Ginzburg).
Perché conta ancora oggi
Il caso dei benandanti e l’attenzione di Ginzburg alla «narrazione storica» hanno implicazioni contemporanee concrete. In un’epoca in cui si discutono pratiche agricole alternative, memorie locali e la legittimità culturale di forme di conoscenza non istituzionali, il suo lavoro mostra come sia possibile studiare credenze popolari senza sminuirle né naturalizzarle meccanicamente.
- Ricerca d’archivio: esempio di come documenti giudiziari possano rivelare mondi culturali complessi.
- Metodo narrativo: sostegno alla tesi che la storia beneficia dell’empatia guidata dalla lettura di fiction.
- Dialogo interdisciplinare: ponte tra storia, antropologia e critica letteraria.
- Rilevanza attuale: strumenti per interpretare credenze e pratiche che riemergono nel dibattito su ambiente e tradizioni locali.
La lezione di Ginzburg è duplice: da una parte invita gli storici a restituire agli attori del passato la loro dimensione soggettiva; dall’altra raccomanda rigore nella verifica delle fonti. È questo equilibrio — immaginazione nel servizio dell’evidenza — che ha permesso al suo lavoro di durare nel tempo.
Oggi, mentre si commemorano i sessanta anni dalla pubblicazione di I benandanti, l’opera continua a essere citata non solo nelle bibliografie accademiche ma anche nei dibattiti culturali che riguardano come raccontiamo tradizioni popolari e pratiche legate alla terra. In un presente segnato da riscoperte rurali e questioni ambientali, ripensare il metodo di Ginzburg aiuta a chiarire cosa significa comprendere il passato senza annullarne la complessità.
In sintesi: la ricerca sugli archivi friulani ha generato non solo un caso di studio su un fenomeno locale, ma un modello di lavoro storico che mette insieme documentazione, empatia e caution scientifica — una combinazione che rende Ginzburg ancora oggi una voce fondamentale per chi vuole leggere il passato con strumenti adatti al presente.












