Alla 61ª Biennale di Venezia un’installazione mette a fuoco l’urgenza di ripensare il rapporto tra tecnologia, consumo e ambiente: presentata nel Padiglione della Sierra Leone, l’opera solleva domande concrete sulla gestione dei rifiuti elettronici e sulle disuguaglianze climatiche. Perché conta oggi: la mostra intreccia estetica e politica in un momento in cui gli impatti ambientali pesano soprattutto sulle comunità più vulnerabili.
La proposta artistica si intitola “Ciclica” ed è firmata da Jacopo Di Cera, con il coordinamento curatoriale di Rebecca Pedrazzi. Al centro dell’allestimento si trova una figura femminile evocativa, pensata come simbolo della Terra e della cura, circondata da decine di dispositivi elettronici recuperati e riadattati per l’opera.
L’artista utilizza 36 display dismessi non come semplice elemento scenografico, ma come componenti narrativi: schermi che trasmettono immagini e suoni e al tempo stesso rimandano al tema della obsolescenza programmata e alla diffusione dei rifiuti elettronici. La tecnologia diventa così materiale e messaggio, invitando lo spettatore a considerare la catena di valore che va dalla produzione all’abbandono degli oggetti.
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Allestire l’opera nel Padiglione della Sierra Leone non è una scelta casuale: colloca il progetto dentro un contesto geopolitico che amplifica la sua voce critica. In molte regioni meno protette, gli effetti del cambiamento climatico e i flussi di rifiuti tecnologici coincidono, creando pressioni ambientali e sociali che la mostra intende portare all’attenzione pubblica.
- Opera: “Ciclica”, installazione multimediale.
- Artista: Jacopo Di Cera.
- Curatela: Rebecca Pedrazzi.
- Materiali: 36 schermi recuperati e riadattati.
- Temi principali: consumo, obsolescenza, rifiuti elettronici, rigenerazione.
- Luogo: Padiglione della Sierra Leone, 61ª Biennale di Venezia.
L’opera lavora su una tensione evidente: da un lato la crisi — climatica e materiale — dall’altro la possibilità di trasformazione. Attraverso il riuso dei dispositivi, il progetto suggerisce che anche ciò che è stato scartato può assumere nuove funzioni simboliche e pratiche, sollecitando riflessioni su pratiche come la riparazione, l’allungamento del ciclo di vita e la responsabilità dei produttori.
Per il pubblico, l’impatto è duplice: estetico e civico. “Ciclica” propone uno sguardo critico ma concreto su problemi che riguardano consumatori, istituzioni e industrie. Solleva domande politiche — chi paga il costo dell’inquinamento digitale? — e apre spazi di discussione su possibili risposte collettive, dalla regolazione dei prodotti elettronici ai sistemi di recupero e riciclo.
In un contesto espositivo ampio come la Biennale, l’opera di Di Cera si inserisce nella conversazione più generale sull’arte come strumento di attenzione pubblica. Non offre soluzioni definitive, ma mette in scena tensioni e possibilità: crisi e rigenerazione appaiono come due facce della stessa questione, rilevante oggi più che mai.












