Bambini sotto i 14 anni rischiano accuse penali: governo propone stretta sulla giustizia minorile

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Oggi il Governo porta in Consiglio dei ministri una proposta di legge che propone di abbassare l’età di imputabilità: una mossa che riaccende il dibattito sul ruolo della giustizia minorile e sulle conseguenze pratiche per ragazzi e comunità. Per associazioni e operatori del settore, la questione non è teorica: riguarda il futuro di centinaia di giovani e l’efficacia delle politiche di prevenzione.

ROMA – L’associazione Antigone ha diffuso un documento molto critico verso l’iniziativa del Governo, sostenendo che ridurre l’età penalmente rilevante equivarrebbe a mettere da parte il principio del superiore interesse del minore. Secondo l’organizzazione, non esiste in Italia un’emergenza tale da giustificare una stretta che sposterebbe il sistema verso logiche più punitive e meno rieducative.

Nei mesi recenti centinaia di operatori — magistrati minorili, avvocati, educatori, ricercatori e rappresentanti della società civile — hanno partecipato agli Stati Generali della giustizia minorile, un percorso che ha messo a confronto pratiche e proposte alternative. Tra i partecipanti prevale una forte preoccupazione per l’ipotesi di anticipare la sanzione penale a 12 o 13 anni.

Chi lavora sul campo, spiegano i promotori dell’iniziativa, osserva che mettere più giovani in contatto con il circuito penale non risolve le cause profonde del disagio: spesso si tratta di fragilità familiari, abbandoni scolastici, carenze dei servizi territoriali.

Perché questa scelta cambia il quadro

Il sistema italiano di giustizia minorile è stato finora riconosciuto per l’impostazione educativa e per la ricerca di misure alternative alla detenzione. Spostare l’asse verso la repressione, avvertono gli esperti, significa trasformare un modello che punta alla responsabilizzazione in uno più orientato alla punizione.

Antigone sottolinea che i numeri disponibili non mostrano un’impennata incontrollata della criminalità tra i minori: ciò che cresce è piuttosto la tendenza a rispondere con maggiore rigore, ampliando l’area d’intervento penale.

Mandare più ragazzi nelle strutture detentive, secondo chi si occupa di tutela, comporta rischi concreti: marginalizzazione, peggioramento delle prospettive di reinserimento e aumento della probabilità di recidiva.

Quali sono i punti chiave contestati

  • Riduzione dell’età: anticipare l’imputabilità espone bambini e adolescenti a procedure e misure pensate per adulti.
  • Erosione del modello educativo: meno spazio alle misure alternative alla detenzione e più ricorso alla sanzione.
  • Impatto sociale: maggiori costi per il sistema penitenziario e conseguenze negative sul lungo periodo per i giovani coinvolti.
  • Assenza di emergenza: le organizzazioni denunciano che non ci sono dati che giustifichino la svolta normativa.

Le stesse voci invitano a invertire la rotta: non punire prima, ma intervenire prima. Si chiede di potenziare scuole, servizi sociali, percorsi educativi e comunità che possano intercettare i segnali di rischio prima che degenerino in reato.

Susanna Marietti, coordinatrice nazionale di Antigone per i minori, ha insistito sulla necessità di ascoltare chi quotidianamente lavora nel sistema: per lei la riforma proposta rischia di essere “la pietra tombale” di un’idea di giustizia che aveva fatto dell’educazione il suo fondamento.

Le richieste esplicite

  • Bloccare l’iter del disegno di legge e aprire un confronto pubblico e partecipato.
  • Coinvolgere magistrati minorili, operatori e organizzazioni della società civile nelle decisioni.
  • Investire in prevenzione, istruzione e servizi territoriali invece che in misure punitivi anticipate.
  • Chiamare il Governo al tavolo: l’appello è rivolto alla Presidente del Consiglio e al Ministro della Giustizia per la chiusura degli Stati Generali prevista il 26 novembre a Roma.

La posta in gioco è chiara: la scelta legislativa deciderà se il Paese continuerà a puntare sulla responsabilizzazione e sulla protezione dei minori o se opterà per una linea più severa con impatti permanenti sulla vita di molti giovani.

Per chi segue il tema, resta fondamentale che la decisione finale sia il frutto di dati, confronto tecnico e attenzione alle conseguenze sociali, non di reazioni immediate all’allarme pubblico. Il dibattito è appena entrato nella fase decisiva: il Consiglio dei ministri di oggi potrebbe segnare un cambio di rotta a breve e a lungo termine.

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