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Nel 2025 gli invii di denaro verso i Paesi d’origine dei migranti residenti in Italia hanno raggiunto gli 8,6 miliardi di euro, una cifra che supera la spesa pubblica italiana per la cooperazione allo sviluppo. I dati, ricavati dalla Banca d’Italia e rielaborati dalla Fondazione Leone Moressa, mettono in luce una realtà economica e politica di grande peso — e per ora largamente ignorata dalle strategie ufficiali.
I numeri che contano
La mappa delle rimesse italiane nel 2025 non rispecchia semplicemente la dimensione delle comunità presenti nel Paese: è il risultato di redditi, legami familiari e canali di trasferimento. Al vertice si trova il Bangladesh, che riceve circa 1,7 miliardi, pari a quasi il 20% del totale nazionale. Questo nonostante la comunità bangladese in Italia sia relativamente contenuta, intorno alle 140.000 persone: il valore pro capite è estremamente elevato.
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| Paese destinatario | Importo stimato 2025 | Nota |
|---|---|---|
| Bangladesh | 1,7 miliardi € | Pro capite elevato (circa 658 €/mese) |
| India | ~600 milioni € | Trend in forte crescita |
| Marocco | ~580 milioni € | Segnali di rallentamento |
| Cina | 4 milioni € | Drastico calo rispetto a 2011-2012 |
| Altri (es. Filippine, Georgia) | Restante parte degli 8,6 mld € | Crescita marcata per la Georgia |
Il confronto con alcune realtà interne spiega l’importanza di questi flussi a livello locale: la Lombardia, da sola, genera oltre il 21% delle rimesse italiane (circa 1,9 miliardi), mentre Lazio ed Emilia-Romagna seguono a distanza. Le province di Roma e Milano rappresentano insieme quasi un quarto del flusso nazionale.
Dinamicità e trasformazioni
Tra le tendenze più significative c’è il collasso delle rimesse verso la Cina: si è passati dai circa 3 miliardi di inizio decennio a poche milioni nel 2025. Tale fenomeno riflette un cambiamento strutturale della comunità cinese in Italia, con livelli di integrazione e modelli occupazionali differenti, oltre a nuove modalità di trasferimento e regolamentazione.
All’opposto, Paesi come la Georgia mostrano una crescita molto rapida: comunità più piccole ma con redditi relativamente più alti e forti vincoli familiari transnazionali stanno spingendo questi numeri verso l’alto. Curiosamente, grandi comunità come quelle rumene, ucraine e albanesi non risultano ai primi posti per volume di rimesse.
Che ruolo hanno le rimesse nello sviluppo?
Le rimesse arrivano direttamente alle famiglie, con bassa dispersione lungo la filiera: in termini immediati svolgono una funzione di sostegno vitale, coprendo bisogni quotidiani — cibo, affitti, cure, istruzione. In molte economie a basso reddito questi soldi costituiscono quote significative del PIL nazionale.
Tuttavia, l’effetto sullo sviluppo a medio-lungo termine è ambiguo. Quando le rimesse finanziano istruzione e salute contribuiscono alla formazione del capitale umano; quando sostengono consumi correnti o investimenti immobiliari il ritorno produttivo può essere limitato. Esiste anche il rischio di dipendenza, che può influenzare incentivi al lavoro locale e rendere fragili le economie di origine rispetto alle oscillazioni economiche nei Paesi ospitanti.
Il costo del trasferimento e la perdita per le famiglie
Mandare denaro a casa ha ancora costi elevati: il costo medio globale si aggira intorno al 6–7% dell’importo inviato. Per una persona che trasferisce 658 euro al mese significa pagare decine di euro in commissioni ogni mese — somme che, aggregate, sottraggono miliardi alle famiglie beneficiarie ogni anno.
L’Agenda 2030 prevedeva di ridurre questi costi al 3% entro il 2030: un obiettivo con elevato ritorno sociale ed economico che, però, continua a ricevere scarsa attenzione politica.
Un divario politico: le rimesse fuori dall’agenda
Il dato che salta agli occhi è la quasi totale assenza delle rimesse nel dibattito delle politiche ufficiali. Il Piano Mattei, la strategia italiana rivolta allo sviluppo dell’Africa e alla gestione delle migrazioni, elenca investimenti infrastrutturali, energetici e programmi di formazione ma non prevede misure per ridurre i costi di trasferimento né incentivi per convogliare parte delle rimesse verso investimenti produttivi nei Paesi d’origine.
È una discrepanza rilevante: ignorare un canale privato che muove 8,6 miliardi di euro l’anno equivale a trascurare una leva potenzialmente strategica per lo sviluppo e per la gestione dei flussi migratori stessi.
Tre priorità pratiche
- Ridurre i costi: incentivi fiscali e regolatori per operatori digitali e money transfer, maggiore digitalizzazione e accordi bilaterali per abbassare le commissioni under 3%.
- Strumenti finanziari per la diaspora: conti risparmio vincolati, fondi di garanzia e diaspora bond che permettano investimenti produttivi nei Paesi d’origine.
- Integrazione tra rimesse e cooperazione: far dialogare le politiche di cooperazione ufficiale con le comunità diasporiche, valorizzando il loro ruolo come ponte per progetti locali sostenibili.
Queste misure non pretendono di sostituire la cooperazione pubblica, ma di amplificare il potenziale già esistente: una politica che ignori le rimesse rinuncia a un’importante opportunità di impatto a costi relativamente contenuti.
In assenza di risposte strutturate, il rischio è che una risorsa privata crescente continui ad essere gestita da mercati e operatori senza che lo Stato sfrutti le possibilità di moltiplicazione sociale ed economica che essa offre. È una questione pratica e urgente — politica ed economica — che merita di entrare stabilmente nell’agenda pubblica.











