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A Milano, una mostra che unisce musica abrasiva e immagini di forte impatto punta a scuotere il visitatore: Marco Fusinato mette in scena il rapporto tra visivo e sonoro per interrogare la nostra soglia di sopportazione verso l’orrore quotidiano. Il progetto, aperto al PAC fino al 7 giugno, rilancia una domanda politica urgente: chi si sottrae alle regole morali quando il mondo sembra andare a pezzi?
Varcata la tenda scura d’ingresso, il primo segnale è un fermo immagine che riprende una battuta dal film di Pier Paolo Pasolini: la frase è stata trasformata in titolo e immagine guida della mostra, un esca che raddrizza lo sguardo del pubblico verso temi scomodi.
Suono, rumore e presenza
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Al piano superiore emergono opere dove spartiti d’avanguardia e pratiche musicali contaminano il linguaggio visivo. Disegni e partiture riflettono una formazione che fonde composizione e improvvisazione, mentre nella project room si trovano i vinili di Fusinato: copertine che affiancano opere della storia dell’arte a ritagli di cronaca visiva, in un montaggio che sposta continuamente il punto di vista.
Al centro del percorso campeggia Desastres, progetto presentato per la prima volta nel 2022 al padiglione australiano della 59ª Biennale di Venezia e qui riallestito in forma nuova. Si tratta di un’installazione audiovisiva che inonda lo spazio con proiezioni su grande schermo e blocchi sonori frammentati; il risultato è un flusso volutamente disorientante, pensato per essere riattivato e trasformato ogni giorno.
L’artista è infatti presente in mostra e conduce una performance quotidiana di due ore (dalle 17 alle 19): con pedali, chitarra elettrica e potenti amplificatori, innesca sequenze di rumore sincronizzate a scatti e video tratti da un archivio digitale. Alcune immagini provengono da ricerche online, altre sono fotografie scattate dall’artista stesso: la concatenazione viene registrata, ripetuta in loop il giorno successivo e continuamente rimaneggiata, rendendo l’opera un organismo vivo e mutevole.
Stampe, memoria e confronti
Al piano terra, le serigrafie fatte a mano offrono una pausa più meditativa ma non meno intensa. Riproducono immagini appartenenti allo stesso archivio digitale e, osservandole con calma, emergono riferimenti storici e politici che costringono ad un’elaborazione intellettuale oltre l’impatto immediato.
Tra le immagini richiamate: visioni che riportano alla memoria i disastri della guerra, corpi ammassati, animali morti abbandonati sull’asfalto e dettagli quotidiani che parlano di degrado ambientale; c’è perfino un disegno infantile dell’artista dove compaiono aerei e carri armati, un appunto sul sentimento della violenza già raggrumato nell’immaginario personale.
- Dove: PAC, Milano.
- Fino a: 7 giugno.
- Performance: l’artista attiva l’installazione ogni giorno dalle 17 alle 19.
- Opere chiave: Desastres (installazione audiovisiva), vinili con copertine-montaggio, serigrafie a mano.
- Avvertenze per i visitatori: ambiente buio, suoni molto intensi, immagini disturbanti.
La mostra non propone soluzioni facili né slogan: lavora piuttosto come un dispositivo critico che mette in crisi l’abitudine a consumare immagini di sofferenza. In un’epoca in cui video e foto di distruzione scorrono senza posa sui nostri schermi, l’installazione costringe a una pausa riflessiva e chiede chi, oggi, detenga davvero l’autorità morale.
Il valore dell’intervento sta anche nella forma di protesta che assume: non una denuncia univoca ma un continuo rimodellare l’opera in presenza del pubblico, che rende evidente come l’arte possa essere un campo d’azione e non solo un prodotto finale. Per chi esce dalla sala, le immagini restano come un interrogativo aperto sulla responsabilità collettiva e sui limiti di ogni potere che si autoassolve.












