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A Cannes, Leonardo Sbaraglia torna sotto i riflettori accanto a Pedro Almodóvar nel nuovo film autobiografico del regista spagnolo: una parte che mette in scena la fragilità creativa di un autore celebre e riaccende il dibattito sul confine tra vita e finzione. Ha senso parlarne ora perché Almodóvar, alla vigilia della presentazione, conferma di essere un autore che ancora prende rischi e interroga il proprio lavoro.
Leonardo Sbaraglia, 55 anni, noto al grande pubblico anche per il Goya vinto nel 2002 per Intacto, interpreta Raúl Rosetti, il regista al centro di Amarga Navidad. Nel film il personaggio affronta una crisi profonda: non riuscire a fare cinema diventa per lui un vero tormento, un nodo esistenziale che investe creatività e identità.
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Sbaraglia racconta di aver ricevuto la proposta di Almodóvar mentre si trovava a Parigi, impegnato con un altro progetto. La reazione iniziale è stata fatta di timore e responsabilità: interpretare l’alter ego di un maestro significa confrontarsi con un patrimonio artistico e con un racconto intimo che non vuole essere edulcorato.
Per l’attore è stata una prova particolare: già presente nell’universo almodovariano con Dolor y gloria, qui si trova a dover offrire un ritratto che non sgualcisca la complessità del protagonista. Almodóvar, spiega Sbaraglia, non cerca di addolcire i contorni della figura che mette in scena; preferisce una rappresentazione franca, senza sconti.
Sul set: rigore e meticolosità
Le riprese non sono state facili, soprattutto nelle prime fasi. Almodóvar lavora con grande precisione e intensità: dirige senza giri di parole, corregge dettagli fisici e gestuali e spinge gli attori a superare l’ego personale per entrare in un disegno complessivo. Il metodo è spesso descritto come cesellante, a tratti impegnativo, ma mirato a plasmare il personaggio fino a farlo coincidere con la visione del regista.
Secondo Sbaraglia, lavorare con il cineasta è un’esperienza che richiede disponibilità emotiva: l’attore si sente messo alla prova, rimanendo però motivato dall’ammirazione per chi ha segnato un’intera generazione di spettatori e colleghi.
- Film: Amarga Navidad — autobiografia cinematografica di Pedro Almodóvar
- Ruolo: Raúl Rosetti, regista in crisi creativa
- Contesto: Presentazione a Cannes, dove il film è stato accolto come una nuova riflessione sull’«autofiction»
- Spunti critici: il valore del rischio artistico e il rapporto tra realtà e finzione
Un elemento ricorrente nell’intervista è il riferimento alla pratica dell’«autofiction»: Almodóvar si confronta con il modello contemporaneo che mescola autobiografia e invenzione narrativa, guardando, secondo Sbaraglia, anche a scrittori che affrontano queste sfumature.
La verità del progetto, per l’attore argentino, sta nella capacità del regista di mettere a nudo la propria vulnerabilità. Non si tratta soltanto di raccontare sé stesso ma di interrogare il cinema come mezzo di salvezza e come possibile fonte di angoscia quando manca l’ispirazione.
Tra memoria personale e prospettive future
Oltre al racconto del set, Sbaraglia confessa il desiderio di portare in scena ricordi intimi: cita un viaggio in Italia del 1996 con il nonno — tappe come Firenze e piccoli borghi toscani — che vedrebbe bene trasformato in un road movie sulla ricerca delle proprie radici.
Non è un caso che l’attore esprima l’intenzione di lavorare in Italia, magari con registi contemporanei apprezzati a livello internazionale; la sua esperienza con Almodóvar ha rafforzato la convinzione che il cinema possa raccontare, senza retorica, lati profondi dell’esistenza umana.
Per il pubblico e l’industria, Amarga Navidad rappresenta quindi più di un film: è un’ulteriore conferma che l’autore spagnolo continua a rimettere in gioco sé stesso e che attori come Sbaraglia sono disposti a misurarsi con ruoli che mettono a rischio la propria immagine, per favorire una narrazione più onesta e complessa.












