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Un nuovo rapporto di ActionAid segnala che l’occupazione non è una barriera automatica alle disuguaglianze di genere: anzi, ambienti di lavoro e canali digitali possono rafforzare norme che giustificano diverse forme di violenza. La questione è attuale perché la prevenzione e le politiche aziendali decideranno se il mondo del lavoro resterà luogo di riproduzione o diventerà leva reale di cambiamento.
Perché il luogo di lavoro conta
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Secondo l’addendum intitolato “Perché non accada – Il lavoro”, i contesti professionali non si limitano a essere teatri in cui la violenza può manifestarsi: sono anche spazi in cui si costruiscono e trasmettono aspettative di genere. Rossella Silvestre, esperta di politiche di genere per ActionAid, sottolinea che è necessario ripensare il lavoro come ambito di prevenzione primaria, non solo come luogo di intervento dopo i fatti.
La Convenzione OIL n.190 viene indicata come riferimento internazionale chiaro, ma il rapporto avverte che il potenziale di questa norma resta in gran parte inespresso se non si interviene in modo strutturale sui luoghi di lavoro.
Dati chiave dal rapporto
Il sondaggio rileva una maggiore tendenza a giustificare la violenza contro le donne tra le persone occupate rispetto ai non occupati. In termini pratici:
- Circa il 22% degli intervistati considera accettabile la violenza verbale; la quota cresce tra gli uomini occupati (intorno al 32%) rispetto agli uomini non occupati (circa 18,6%).
- La violenza fisica è ritenuta giustificabile dal 13% del campione; tra gli uomini occupati la percentuale sale a quasi il 20%, mentre tra i non occupati è inferiore al 10%.
- La forma più largamente tollerata è la violenza economica, con oltre un quarto del campione che la legittima; la percentuale è più alta tra gli uomini occupati (circa 34,8%).
Carico di cura e tempo libero
Il rapporto mette in luce come l’accesso al lavoro non risolva il tema della distribuzione dei compiti domestici. Tra le persone occupate, la maggioranza delle donne continua a farsi carico prevalentemente dei lavori di cura: la proporzione dichiarata supera il 70%, contro il 46% degli uomini.
Quando l’occupazione viene a mancare, il divario si amplia: emerge un modello tradizionale ancora più marcato, con quasi il 71% delle donne che si occupa principalmente delle faccende domestiche rispetto a meno del 30% degli uomini. In altre parole, il lavoro riduce i divari solo in modo limitato e non li trasforma radicalmente.
Stereotipi e spazi digitali
I risultati mostrano anche che chi lavora è più esposto a contenuti online costruiti su stereotipi di genere. Questa maggiore esposizione rende visibili le dinamiche discriminatorie, ma non le attenua: senza interventi mirati, gli stereotipi si consolidano anche nei contesti professionali e nei flussi informativi quotidiani.
Quali responsabilità?
ActionAid indica due attori chiave per invertire la tendenza: le imprese e lo Stato. Serve spostare il peso delle misure preventive dalle sole persone interessate ai fenomeni verso politiche aziendali e pubbliche che progettino ambienti di lavoro capaci di prevenire le violenze prima che accadano.
Tra le proposte del rapporto c’è il rafforzamento del sistema di certificazione della parità di genere e l’introduzione di pratiche strutturali di prevenzione all’interno delle organizzazioni, non limitate alla gestione dei singoli episodi.
Implicazioni per i lettori
Per chi lavora e per chi dirige realtà produttive, il messaggio è chiaro: migliorare la parità nel lavoro non è solo una questione di politiche contrattuali o di assunzioni, ma richiede interventi culturali e organizzativi che incidano su norme, aspettative e pratiche quotidiane.
Se le istituzioni e le imprese non agiscono, il rischio è che il ritorno al lavoro post-crisi consolidi piuttosto che ridurre le disuguaglianze già presenti nella società.
In sintesi: il lavoro può essere un fattore di emancipazione solo se aggiornato da strumenti di prevenzione efficaci e da responsabilità condivise tra settore pubblico e privato.












