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In un tempo in cui guerre e crisi sembrano intrecciarsi senza confini netti, il nuovo libro di Silvano Cacciari propone una lettura rovesciata: non è la politica a essere lo strumento ultimo della guerra, ma la politica stessa è spesso subordinata alle traiettorie della guerra ibrida. Questo cambiamento di prospettiva spiega perché decisioni pubbliche, opinione pubblica e assetti internazionali appaiono sempre più imprevedibili.
Silvano Cacciari, ricercatore all’Università di Firenze e responsabile del CIRLab del Polo Universitario di Prato, ha raccolto in Guerra. Per una nuova antropologia politica (McGraw‑Hill Education) una diagnosi che solleva interrogativi concreti per governi, media e cittadini.
Quando è cominciata questa nuova guerra?
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Provare a datare l’inizio di questo regime è difficile: l’invasione russa dell’Ucraina del 2022, gli attacchi e le svolte del conflitto israelo‑palestinese, le guerre del Golfo e perfino le operazioni degli anni Ottanta in Afghanistan sono tutti pezzi dello stesso puzzle. Secondo Cacciari, più che un unico evento c’è stato un processo di dissoluzione dei confini che separavano «tempo di pace» e «tempo di guerra».
Questa sovrapposizione nasce da una molteplicità di fattori: tecnologie della comunicazione che amplificano la propaganda, algoritmi che accelerano la polarizzazione, attori non statali e finanziari che operano oltre i tradizionali controlli, e un’onnipresenza di eventi che trasformano il conflitto in condizione permanente.
Rovesciare Clausewitz
La tesi centrale del libro sfida l’assioma classico di Carl von Clausewitz, per il quale la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi. Cacciari propone invece di leggere la politica come spesso «prosecuzione» — o reazione — di processi di conflitto ibrido che guidano l’agenda pubblica e limitano la capacità degli stati di decidere quando entrare o uscire da un confronto.
In pratica, il conflitto non è più un momento eccezionale da controllare, ma una condizione sistemica che condiziona strategie, scelte elettorali, e perfino il funzionamento delle istituzioni democratiche.
Che cosa cambia per chi governa e per chi vota
La riorganizzazione del rapporto tra guerra e politica comporta effetti concreti:
- Riduzione della capacità degli Stati di fissare regole chiare per l’impiego della forza;
- Incremento della centralità degli strumenti informativi e tecnologici nel conflitto;
- Maggiore influenza di attori non statali e di interessi transnazionali sulle decisioni pubbliche;
- Normalizzazione di crisi continue, con effetti destabilizzanti sull’economia e sulla coesione sociale;
- Difficoltà per i cittadini a comprendere cause e responsabili di conflitti frammentati.
Perché questo è rilevante oggi: la perdita di confini tra guerra e politica rende le crisi più difficili da governare e aumenta il rischio che le risposte pubbliche siano reattive, frammentarie e subordinate a narrative mediali o calcoli di breve periodo.
Un libro che mette in campo molte discipline
Cacciari non si limita a un’analisi militare: il volume attinge a storia, filosofia, studi sociali e cultura popolare per mettere a fuoco come la guerra ibrida agisca su più livelli. Il linguaggio è denso ma accessibile, pensato per lettori interessati a comprendere le dinamiche che plasmano il presente.
Non è una lettura che fornisce risposte semplici, ma offre una lente utile per ripensare strumenti di policy, difesa democratica e resilienza informativa.
Quali domande restano aperte
Fra gli interrogativi che il libro solleva: come riformare le istituzioni per riprendere il controllo delle decisioni strategiche? Qual è il ruolo delle piattaforme digitali nel sostenere o smorzare dinamiche conflittuali? E come possono i cittadini orientarsi in un contesto dove la distinzione tra pace e guerra è sempre più sfumata?
Nel complesso, Guerra. Per una nuova antropologia politica invita a guardare oltre le categorie tradizionali e a considerare la guerra come un fattore strutturale del nostro tempo, con implicazioni immediate per politica, informazione e sicurezza.
Per chi cerca strumenti interpretativi aggiornati, il libro di Cacciari è una tappa utile per riaprire il dibattito su come le democrazie possano riassumere controllo e responsabilità in un’epoca di conflitti diffusi e interconnessi.












