110 milioni di ettari fuori dal controllo del sud globale: rischio per cibo e diritti

Un nuovo saggio mette in luce come l’«accaparramento di terre» sia ormai una questione globale con effetti diretti su cibo, foreste e diritti locali: i dati aggiornati fino al 2025 mostrano vaste concessioni che interessano milioni di ettari e sollevano interrogativi su governance e sicurezza alimentare. Perché conta adesso: questi investimenti ridefiniscono chi controlla la terra produttiva e quali prodotti finiscono sulle tavole del mondo, con ricadute immediate sulle comunità più vulnerabili.

Il libro “Le nuove frontiere del land grabbing – I padroni della Terra 2025” di Andrea Stocchiero (Donzelli) offre un’analisi dettagliata del fenomeno e lo inquadra come parte di un più ampio processo di estrattivismo globale. L’autore propone interventi che vanno dalla riforma del multilateralismo a scelte concrete sui modelli di produzione e consumo alimentare, fino a un cambio culturale che ponga al centro una visione meno antropocentrica dell’uso del territorio.

Lo studio riprende e commenta i dati raccolti dal database indipendente Land Matrix, che monitora le operazioni di acquisizione fondiaria nei paesi a basso e medio reddito.

I numeri principali a livello globale sono preoccupanti: tra il 2000 e il 2025 sono stati negoziati oltre 7.300 contratti; di questi circa 2.775 risultano formalmente conclusi, coprendo una superficie complessiva di poco più di 109 milioni di ettari. Tra le concessioni concluse, la maggior parte è attualmente in fase di realizzazione, mentre una quota minore è in avvio o è stata abbandonata.

Distribuzione e usi principali per regione:

  • Africa – 788 contratti conclusi per 35,2 milioni di ettari; il 75% delle aree è destinato a coltivazioni e il 15% a estrazione mineraria.
  • Asia – 588 contratti per circa 12,8 milioni di ettari; il 71% delle superfici è dichiarato per colture, il 9% per estrazioni e circa l’1% per allevamento.
  • Europa orientale – 749 contratti per 29,9 milioni di ettari; l’88% è segnalato per coltivazioni, il 16% per allevamento e l’1% per estrazioni minerarie.
  • America Latina – 680 contratti per 31,2 milioni di ettari; il 60% delle concessioni è operativo, il 29% è in fase di avvio e solo il 2% risulta abbandonato; le destinazioni dichiarate includono coltivazioni (circa 20%), estrazioni minerarie (28%) e allevamento (6%).

Nel complesso, il quadro degli usi segnala che la produzione agricola rappresenta la quota maggiore delle acquisizioni a livello globale (intorno al 69%), seguita dall’estrazione di risorse (14%) e dall’allevamento (9%).

Tra le organizzazioni della società civile impegnate su questo fronte figurano diverse realtà che documentano, denunciano e sostengono le comunità colpite: FOCSIV opera su progetti di sviluppo e tutela dei piccoli agricoltori; ActionAid ha denunciato casi concreti e affianca le popolazioni locali; Oxfam produce ricerche sugli effetti delle acquisizioni fondiarie; GRAIN mantiene database e analisi; l’International Land Coalition promuove la governance trasparente della terra; Slow Food insiste sulla difesa dei sistemi agroalimentari locali.

Un elemento emerso dall’analisi è l’elevata incidenza di accordi che non giungono a buon fine, soprattutto in Africa: quasi un quinto dei contratti negoziati salta prima della conclusione e questi fallimenti riguardano circa il 45% della superficie coinvolta nella regione. La lettura attribuita dall’autore a questo fenomeno è legata alle difficoltà politiche e amministrative, incluse pratiche corruttive, che complicano la realizzazione degli investimenti.

Quali Paesi e operatori sono più coinvolti? Tra le nazioni in testa per ettari oggetto di accordi appaiono la Federazione Russa, il Perù e la Repubblica Democratica del Congo; seguono stati ricoperti da foreste tropicali come Indonesia, Brasile e Gabon, zone spesso al centro di progetti che portano a deforestazione e cambiamenti di uso del suolo.

Per quanto riguarda l’origine degli investimenti, prevalgono capitali provenienti da paesi occidentali dove hanno sede grandi multinazionali e fondi. Tuttavia, spicca la natura globale degli interessi cinesi: secondo Land Matrix la Cina ha accordi in 53 paesi, davanti a Stati Uniti (47), Regno Unito (42) e Canada (41); altri Stati europei con multinazionali estese sono Olanda e Svizzera.

Le implicazioni per le comunità locali e per la biodiversità sono concrete: perdita di accesso alla terra e all’acqua, minore sicurezza alimentare per i piccoli agricoltori, aumento della pressione su foreste e risorse naturali. Le proposte del libro puntano ad azioni multilaterali e a riforme dei modelli produttivi, ma chiedono anche un ripensamento culturale su come si valuta il ruolo della terra nelle economie contemporanee.

Con il fenomeno in continua evoluzione, la fotografia offerta dal volume e dai database consente di comprendere meglio dove si concentrano investimenti e conflitti e quale sia la posta in gioco per il diritto alla terra e per la sostenibilità ambientale.

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