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Mentre raid e tensioni colpiscono città come Teheran ed Esfahan, il principe Reza Pahlavi ha rilanciato una roadmap politica che richiama un simbolo antico: il Cilindro di Ciro. La scelta non è neutra: la rivendicazione di un’antica eredità legittima oggi scelte politiche e narrative sui diritti, con conseguenze immediate per chi vive sotto regimi autoritari o in esilio.
Nel suo “Emergency Phase Booklet” il principe indica, tra i principi della futura costituzione iraniana, la radice dei diritti nella tradizione rappresentata dal Cilindro. Il richiamo non è nuovo: già negli anni Sessanta lo scià Mohammad Reza Pahlavi usò lo stesso documento per sostenere una continuità storica con i diritti moderni. Ma c’è un problema di metodo e di realtà storica.
Un documento di potere più che una carta universale
Il Cilindro è un reperto achemenide che racconta la resa dei conti politica di un conquistatore e la restaurazione di culti e comunità in Babilonia. Si tratta di una formula ufficiale di legittimazione sovrana, non di una dichiarazione sui diritti individuali nel senso moderno del termine. Insistere nel presentarlo come progenitore della Dichiarazione Universale rischia di trasformare un testo storico in strumento di propaganda.
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La riproposizione di questo ancoraggio è meno un errore filologico che una scelta strategica: attribuire alle culture non occidentali un passato senza diritti agevola due tipi di operazioni. Da un lato fornisce argomenti a chi, come i Pahlavi, cerca antenati utili per legittimarsi; dall’altro alimenta la tesi — molto comoda per autoritarismi contemporanei — che i diritti siano una fabbricazione occidentale contestabile o superabile.
Perché questa narrazione ci riguarda
La disputa su dove nascano i diritti non è una sterile contesa di studiosi. Se i diritti individuali sono percepiti come un’esclusiva della modernità europea, allora chi governa può presentarli come un impianto importato, opzionale o addirittura alieno alla propria cultura. Quella tesi è già stata sfruttata da leader di vario segno — da Xi e Putin a Khamenei, passando per alcuni leader asiatici del XX secolo — per delegittimare norme internazionali o limitare libertà civili.
La retorica secondo cui i diritti sarebbero un «valore occidentale» ha trovato sostenitori anche nella letteratura giuridica critica. Giuristi come Makau Mutua hanno sostenuto che la Dichiarazione dei Diritti rifletta, in vari modi, un’agenda di dominio europeo sulle società extra-europee. Questa critica mette in luce diseguaglianze storiche reali: ma l’esito pratico non può essere l’esclusione o l’annullamento dei diritti.
- Per la politica internazionale: la narrazione dell’origine esclusivamente occidentale facilita il ricorso alla sovranità per sfuggire agli obblighi internazionali.
- Per i cittadini: indebolisce le garanzie legali e offre argomenti a governi che vogliono limitare libertà civili.
- Per la memoria storica: favoleggiare un “prima” senza diritti induce a semplificazioni e a strumentalizzazioni di reperti come il Cilindro.
- Per il dibattito culturale: ostacola il riconoscimento di tradizioni plurali che hanno sviluppato, in modi diversi, concezioni di dignità e tutela individuale.
Storici e giuristi hanno ormai mostrato che molte società — dall’antica Grecia ad altre civiltà non europee — elaborarono strumenti e linguaggi per riconoscere doveri e prerogative individuali, pur se diversi dalla codificazione moderna. Ignorare questa pluralità serve poco alla verità storica e molto ai semplificatori politici.
Le conseguenze pratiche
Se la diffusione dei diritti viene interpretata come un’imposizione, diventa legittimo per alcuni governi rifiutarla. Questo argomento sostiene non soltanto regimi apertamente autoritari, ma anche forze politiche che promuovono una “democrazia illiberale”, cioè un sistema che mantiene apparati di rappresentanza ma vuole spogliare i diritti individuali del loro ruolo vincolante.
Allo stesso tempo, chi vuole davvero difendere le libertà individuali ha un interesse immediato a smontare la falsa opposizione tra mondo occidentale che inventa e altrove senza storia dei diritti. Riconoscere radici multiple non indebolisce il valore universale delle libertà; lo rafforza, perché le rende meno vulnerabili a manipolazioni identitarie.
Nel dibattito pubblico servono più accuratezza storica e meno strumentalizzazioni. Esaminando l’Atene classica senza pregiudizi, o indagando altre tradizioni giuridiche, si trovano categorie che attestano forme complesse di tutela dell’individuo, anche se espresse con un lessico differente. Questa pluralità è un patrimonio utile alla difesa dei diritti oggi.
Con bombe che continuano a cadere su città iraniane, la domanda su chi “possa” vantare la proprietà intellettuale dei diritti smette di essere accademica: influisce sulle voci che possono ancora resistere e su quelle che vengono zittite. La storia dei diritti non appartiene a un solo popolo; è il risultato di molti percorsi ed è, per questo, un bene comune da difendere.












