Ribellione globale ridisegna il potere: masse in ascesa, élite sotto assedio

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A cento anni dalla pubblicazione de La ribellione delle masse, l’analisi di José Ortega y Gasset continua a illuminare tensioni che ancora plasmano la politica e la cultura. Accostare quel testo alla diagnosi di Christopher Lasch sulle élite aiuta a capire perché istituzioni, consumi e fiducia pubblica si sono trasformati così profondamente negli ultimi decenni.

Ortega e il fenomeno delle folle

Ortega osservava un fenomeno che per lui era nuovo: la comparsa di grandi aggregati umani che non restavano più sullo sfondo ma pretendevano un ruolo centrale nella vita pubblica. Queste masse – scriveva con stile raffinatissimo e spesso da punto di vista elitario – reclamavano non solo rappresentanza politica ma anche spazio culturale e sociale.

Il suo giudizio era segnato da una forte distanza sociale: lo studioso vedeva nella nuova presenza delle folle una perdita di riferimenti intermedi e di buone maniere civiche, un indebolimento delle mediazioni che tengono insieme le comunità. Alcune formule del suo linguaggio mostrano oggi chiaramente i limiti di una prospettiva classista, ma non cancellano l’acume di molti suoi rilievi.

Quali effetti oggi?

La diagnosi di Ortega è utile perché sposta l’attenzione su un punto cruciale: quando gruppi ampi e non organizzati occupano la scena pubblica, cambiano le regole non scritte della convivenza. Si amplifica la pressione sull’azione politica diretta e si ama meno la complessità del discorso specialistico.

  • Erosione delle mediazioni: autorità intermedie e istituzioni di garanzia perdono peso nel dibattito pubblico.
  • Semplificazione del sapere: le opinioni prevalgono spesso sulle conoscenze certificate.
  • Polarizzazione culturale: si alzano i toni e si diffondono pratiche comunicative aggressive.
  • Privatizzazione dei servizi: chi può evita il pubblico con soluzioni private, riducendo la base di solidarietà collettiva.
  • Pressione sui processi democratici: la politica diventa più reattiva a richieste immediate e meno attenta a equilibri di lungo periodo.

Queste dinamiche spiegano perché movimenti populisti, di destra e di sinistra, abbiano trovato terreno fertile in contesti diversi: la richiesta di cambiamento è spesso legata a percezioni di esclusione e alla frustrazione per l’inefficacia delle élite tradizionali.

La contro-lente di Lasch: l’élite che non crede nella democrazia

Negli anni Novanta Christopher Lasch ha spostato il fuoco sull’altra metà del problema: non solo le masse in rivolta, ma anche un’élite che si è gradualmente disancorata dalla società nazionale. Il suo ritratto non è quello dei soli ricchi: è una classe dirigente transnazionale composta da manager, banchieri, tecnocrati e operatori culturali che influenzano flussi di capitale e informazioni.

Secondo Lasch, questa élite tende a vivere in «bolle» geografiche e sociali, a considerare la politica nazionale come un limite e a prediligere reti globali di potere. La conseguenza è duplice: da un lato la distanza tra governanti e governati aumenta; dall’altro si accentua la polarizzazione interna, con la classe media sempre più compressa e la forbice delle disuguaglianze che si allarga.

Per comprendere la portata pratica di queste dinamiche bastano alcuni esempi recenti: scandali finanziari e vicende giudiziarie internazionali hanno messo in luce reti di relazioni che legano denaro, potere e privilegi, provocando reazioni pubbliche di sdegno e domande su chi davvero regola la vita collettiva.

Che implicazioni hanno per il cittadino

Non si tratta solo di teoria: le letture congiunte di Ortega e Lasch mostrano rischi concreti per la democrazia. Quando le istituzioni perdono autorevolezza e le élite si chiudono in circuiti propri, la politica diventa più esposta a soluzioni semplificate e alle emozioni del momento.

Per i cittadini il nodo pratico è questo: la difesa di servizi pubblici efficaci, l’investimento in un’informazione affidabile e in percorsi di formazione civica sono leve concrete per ridurre la frattura tra masse e dirigenti. Ignorare questi aspetti significa alimentare la stessa spirale che gli autori hanno descritto.

Una lettura a due voci

Accostare l’opera di Ortega e quella di Lasch non equivale a chiudere un discorso, ma a tenere aperti più punti di vista: il primo fotografa l’irruzione collettiva sulla scena pubblica; il secondo decifra l’apartheid culturale ed economico di chi governa dall’alto. Insieme offrono una chiave per interpretare il populismo, il trionfo delle disuguaglianze e i segnali di fragilità delle nostre democrazie.

Rileggere questi testi oggi significa capire che molte questioni attuali — dalla crisi delle istituzioni rappresentative alla privatizzazione dei servizi, fino alle reti di potere che sfuggono al controllo pubblico — non sono episodi isolati ma parti di un cambiamento strutturale iniziato più di un secolo fa.

Per chi vuole approfondire: riprendere le pagine di La ribellione delle masse e di La rivolta delle élite resta utile non per trovare risposte pronte, ma per misurare l’entità della trasformazione e valutare quali strumenti collettivi possono ancora rafforzare la vita democratica.

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