Non è la prima volta che la storia umana ha dovuto avere a che fare con delle forme pandemiche. Il coronavirus COVID-19 si è presentato su scala globale a un secolo esatto da un’altra pandemia che causò decine di milioni di morti in tutto il mondo: l’influenza spagnola.

La malattia si manifestò tra il 1918 e il 1920, nella nostra Italia a essere contagiati furono 4 milioni su una popolazione di 36 milioni di abitanti, con una stima tra le 375.000 e le 650.000 morti. Il diffondersi del contagio fu favorito dalle mancanze sanitarie e alimentari della popolazione accentuate dal conflitto mondiale in atto, agevolato anche dagli spostamenti e dagli spazi angusti delle truppe militari. Inizialmente la spagnola fu confusa con il tifo e l’influenza stagionale, infatti, i primi sintomi accusati erano febbre alta e tosse per poi aggravare lo stato di salute con polmonite ed emorragie da naso e bocca. La particolarità di questo virus è che attaccò in particolar modo i soggetti giovani dai 18 ai 40 anni, con una buona prestanza fisica.

A essere colpito maggiormente fu l’Italia meridionale, anche a Ischitella giunse il morbo. All’epoca la cittadina contava 5000 anime, nel giro di pochi mesi tra la primavera e l’ottobre del 1918 ci furono quasi cento morti per infezione polmonare dovuta a questo contagio, con un picco di 10 morti in un solo giorno. Molti di questi furono disposti uno sull’altro all’interno del cimitero, altri sepolti in una fossa comune. Di quel periodo restano le testimonianze dei parenti che hanno vissuto quei momenti così inquietanti, aggiunti alle perdite sul fronte del primo conflitto mondiale.

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