La Regione Puglia ha annunciato a metà maggio 2026 un intervento mirato per limitare la diffusione del parrocchetto monaco, ritenuto responsabile di danni alle coltivazioni di mandorlo. La decisione — che coinvolge anche squadre di cacciatori selezionati — apre un confronto tra agricoltori preoccupati per le rese e associazioni ambientaliste contrarie a misure drastiche contro una specie ormai ben radicata.
La misura, spiegano gli uffici regionali, nasce dall’incremento delle segnalazioni di danni alle piante e di perdite economiche per le produzioni locali. L’obiettivo dichiarato è ridurre l’impatto sulle colture durante i periodi sensibili, con interventi temporanei e mirati piuttosto che piani di eradicazione su vasta scala.
La scelta di ricorrere a cacciatori autorizzati solleva però questioni pratiche e giuridiche. Sul piano operativo si pone il problema della selezione degli interventi — dove e quando sparare, come evitare rischi per persone e altre specie — e sul piano normativo pesa la necessità di rispettare le limitazioni previste da leggi regionali, nazionali e dalle direttive europee riguardo alle specie invasive e alla caccia.
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Cosa significa concretamente per coltivatori e territorio
– Riduzione attesa dei danni nelle aree più colpite, in particolare dove il mandorlo è coltura diffusa.
– Interventi a breve termine con squadre autorizzate; la Regione parla di azioni «selettive e circoscritte».
– Possibili ricorsi o azioni legali da parte di associazioni animaliste e ambientaliste.
– Necessità di misure accompagnatorie (reti, deterrenti, cattura e sterilizzazione) per efficacia a medio-lungo termine.
Contesto ed equilibrio tra interessi
Il parrocchetto monaco (Myiopsitta monachus) è una specie esotica che si è insediata in alcune aree italiane nelle ultime decadi. La convivenza con attività agricole genera conflitti: per le aziende agricole i danni a frutti, gemme e impianti possono tradursi in perdite economiche significative; per gli ecologisti, invece, la risposta non può limitarsi alla soppressione senza strategie di tutela degli equilibri naturali.
Autorità locali e associazioni agricole sottolineano che quest’anno la concomitanza di fioriture e raccolti ha amplificato il problema, rendendo urgente una risposta. Dalla parte opposta, gruppi per la protezione degli animali chiedono soluzioni non letali, maggior monitoraggio e valutazioni scientifiche sull’efficacia e sugli effetti collaterali delle azioni proposte.
Alternative e opzioni tecniche
Al di là degli interventi venatori, gli esperti indicano più strumenti che, combinati, possono ridurre i danni senza ricorrere esclusivamente all’abbattimento:
– installazione di reti protettive su filari e singoli alberi;
– sistemi di dissuasione visiva e sonora calibrati sui cicli della coltura;
– programmi di cattura, allontanamento e sterilizzazione dove fattibili;
– incentivi e rimborsi per i danni alle produzioni, con registro delle perdite.
Tra le priorità richieste da agricoltori e tecnici c’è l’avvio di monitoraggi più sistematici per quantificare le perdite reali e valutare gli effetti degli interventi nel tempo. Senza dati robusti, ogni piano rischia di essere inefficiente o di generare tensioni sociali.
Implicazioni legali e politiche
La decisione della Regione assume anche una dimensione politica: tocca interessi economici locali, sensibilità ambientali e vincoli normativi. Eventuali autorizzazioni a caccia fuori stagione o in aree protette potrebbero provocare contenziosi. Inoltre, la gestione delle specie invasive è materia sulla quale l’Unione Europea richiede piani basati su evidenze scientifiche e misure proporzionate.
Per il cittadino e il consumatore la questione ha ricadute concrete: la tutela delle colture è direttamente collegata a redditi agricoli e alla stabilità dei prezzi locali, mentre le scelte di gestione incidono sulla percezione pubblica delle istituzioni e sul paesaggio.
Cosa seguire nelle prossime settimane
I prossimi sviluppi da monitorare sono:
– i dettagli operativi del piano regionale (aree, tempistiche, autorizzazioni);
– eventuali pronunce di tribunali o interventi di organismi nazionali e comunitari;
– risposte e proposte alternative da parte delle associazioni ambientaliste;
– dati ufficiali su danni e risultati degli interventi sperimentali.
La vicenda in Puglia è un esempio concreto di come il conflitto tra produzione agricola e specie non autoctone richieda decisioni che vadano oltre la reazione immediata: servono misure integrate, trasparenti e basate su analisi costi-benefici, se si vuole conciliare salvaguardia del reddito rurale e tutela dell’ambiente.











