Ci sono abitudini che man mano stanno svanendo con l’avvento di internet e dei social media, come quella di raccontarsi storie dinanzi al focolare, con tutta la famiglia. C’erano storie che si narravano silenziosamente nelle gelide sere d’inverno, un modo per far passare il tempo mentre il calore del fuoco riscaldava grandi e piccini, un espediente per non pensare alla fame e alla stanchezza.

La tramontana che ululava tra le strette strade dei paesi rimandava a racconti legati al lupo, alla licantropia, al cosiddetto “lupo mannaro” o meglio “lupinaro” così com’era chiamato nelle nostre zone. Storie che si trasmettevano tra casa e casa, tra una generazione e un’altra, a volte con qualche pizzico di comprovata testimonianza dello stesso narratore, basata sulla fiducia di chi ascoltava a tutti orecchi.

Il timore di far nascere i propri figli durante la notte di Natale, l’essere in giro durante quella notte, il salire le scale per sottrarsi dal pericolo degli attacchi dei lupi mannari: questi accorgimenti hanno accompagnato da secoli la “cultura del focolare”. Un tema mitologico ricorrente già nell’epoca greca e romana, fino a divenire un incubo e un’ossessione nel cinquecento e seicento, portando sul patibolo numerosi innocenti con la condanna da parte dell’inquisizione.

La caccia al lupo mannaro in un’antica incisione

Un mostro del mondo antico che ha stanato le nostre più recondite paure fino agli anni ’70, anche nella nostra terra di Puglia. Leggende che non sono state più leggende, ma come la trasfigurazione dell’uomo in lupo, sono diventate cronache, con tanto di riscontri e articoli giornalistici.

Abbiamo scavato negli anni passati, spulciando tra pagine ingiallite di varie testate giornalistiche pugliesi, e siamo venuti a conoscenza di singolari avvenimenti, di attacchi da parte di “bestie” indefinibili. Casi che non sono stati chiusi da successivi responsi, lasciando questi avvenimenti nel limbo tra il mito e la verità.

San Cesario di Lecce – 15 settembre 1946

“Scene di terrore”, “grida strazianti di individui acciuffati e feriti dalla belva feroce” sono ciò quanto emerge da un articolo pubblicato il 15 settembre 1946 sulla “Provincia di Lecce”. Si parla di un certo abitante di San Cesario di Lecce, un lavoratore sereno e tranquillo, affettuoso con la sua famiglia, che in alcuni periodi dell’anno, sotto l’influsso della luna, si è trasformato in un lupo feroce. Pare che la sua figura animalesca sia stata vista poco lontano dal paese, nei pressi di un ponte ferroviario. C’è chi l’ha intravisto sotto questo stato animalesco e lo descrive accuratamente in questo modo: immenso, dalle forme erculee, nero, dai peli lunghi e ispidi. Arti anteriori e braccia lunghissime, mani adunche e dita mostruose, culminanti con unghie robuste della lunghezza di oltre dodici centimetri. La descrizione prosegue sul viso: mascelle prominenti, dai denti acuminati e sporgenti, sguardo terrificante, con occhi lucidi e irrorati di sangue, voce profonda e gutturale con ululati laceranti.

L’articolo originale pubblicato il 15 settembre 1946 su “La provincia di Lecce”

Il giornalista non ha voluto dare molto fiducia a queste testimonianze, ritenendole comari fantasie. Eppure nell’articolo si riporta anche la ricerca di questo essere condotta dai carabinieri nel territorio di San Cesario, senza esito positivo fino a quel momento. La voce della presenza del lupo mannaro è circolata a tal punto da dare origine a un vero e proprio coprifuoco da parte delle donne del paese, costrette a rinchiudersi in casa dopo una certa tarda ora.

Provincia di Bari – 4 aprile 1950

La belva umana torna a far parlare di sé nella provincia di Bari, tramite un articolo pubblicato sulla Gazzetta del Mezzogiorno il 4 aprile 1950, il giorno dopo la fase di luna piena. L’articolo riferisce la presenza di uomo che a mezzanotte ha preso le sembianze di un animale. Alla polizia è stato lasciato l’incarico di accertare circa l’esistenza di quest’uomo-mostro.

Rutigliano – 15 febbraio 1974

È il caso più recente tra quelli riscontrati sui giornali pugliesi, datato 15 febbraio 1974, e anche quello che risulta più obiettivo. Il giornalista ha riportato degli avvenimenti agghiaccianti avvenuti nelle contrade di Ciaccia e Casiglio nel territorio di Rutigliano. Nelle campagne di questa tranquilla cittadina si sono verificate delle morti sospette di animali, specialmente cani, azzannati e divorati da una bestia feroce dalle sembianze di un grande orso nero.

L’articolo originale pubblicato il 15 febbraio 1974 sulla “Gazzetta del Mezzogiorno”

Alcuni contadini, durante una ricerca nei paraggi, avrebbero accertato il luogo dove la belva si sarebbe rifugiata, notando delle enormi orme sul terreno che portavano ad alcune case coloniche disabitate, orme rivelate anche dai carabinieri. Questi ultimi proseguirono le ricerche nel territorio di Rutigliano pur di venire a capo della faccenda, anche perché aumentò sempre di più il numero di chi affermò di aver visto la bestia, e persino di averla sentita ululare. A ciò si accertò anche un aumento del numero dei cani sbranati, con la presenza sul terreno di grosse orme animalesche.

Pur di eliminare questo essere diabolico, la popolazione prese l’iniziativa di organizzare e compiere una grande battuta di caccia al mostro, su vasto raggio. Dei risultati di questa perlustrazione non abbiamo, purtroppo, notizie in riguardo.

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