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Una nuova indagine di WeWorld mette sotto la lente le condizioni di lavoro nelle filiere agroalimentari dell’Emilia‑Romagna, mettendo in evidenza come le misure contro il caldo non risolvano problemi strutturali che colpiscono soprattutto lavoratori immigrati. Il rapporto solleva interrogativi concreti sulle tutele effettive nei campi, negli stabilimenti, nei macelli e nelle cucine collettive: perché queste persone restano vulnerabili, nonostante contratti e appalti formalmente in regola?
Il divieto estivo non basta
La Regione ha introdotto un provvedimento che, nei giorni di allerta climatica, vieta il lavoro esposto al sole nelle ore più calde (dalle 12:30 alle 16) tra il 3 giugno e il 15 settembre. Si tratta di una misura importante, ma l’indagine di WeWorld evidenzia che i rischi per i lavoratori non si limitano all’esposizione solare: ritmo serrato, umidità, ventilazione insufficiente e carichi operativi elevati producono condizioni altrettanto insostenibili all’interno della filiera.
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I controlli, secondo gli autori dello studio, devono uscire dall’ambito delle ordinanze climatiche e diventare continui, non annunciati e mirati a svelare pratiche che spesso si nascondono dietro documenti regolari.
Numeri e dipendenza dal lavoro migrante
L’agroalimentare regionale vale circa 37 miliardi di euro e nel 2025 ha superato i 13 miliardi di export. Dietro questi risultati c’è una quota crescente di manodopera straniera: analizzando i dati INPS del 2024, WeWorld stima che il 51% dei lavoratori agricoli registrati in Emilia‑Romagna non ha cittadinanza italiana, oltre 42.000 persone.
Negli ultimi cinque anni si è registrato un aumento del 15% dei lavoratori provenienti da Paesi terzi, mentre il numero di addetti italiani ed europei è sceso. Il dato ufficiale, avvertono i ricercatori, sottostima l’importanza della manodopera straniera perché non considera il lavoro sommerso.
Una “variante emiliana” dello sfruttamento
Lo studio identifica una forma di sfruttamento meno clamorosa ma diffusa: invece del caporalato evidente, emergono pratiche che sfruttano la complessità degli appalti e delle cooperative per comprimere salari e tutele. Contratti, subappalti e cooperative vengono impiegati per trasferire rischi lungo la filiera e ridurre i costi del lavoro.
In alcuni casi, verifiche sul campo hanno rilevato violazioni manifeste; in altri, le criticità sono più sottili ma sistemiche: sottoinquadramento, part‑time imposto e carichi di lavoro intensificati.
La ristorazione collettiva: lavori invisibili e femminilizzati
La preparazione e la distribuzione dei pasti nelle scuole, negli ospedali e nelle RSA si regge in larga parte su personale migrante. Le stime raccolte indicano che tra il 60% e il 75% degli addetti ha un background migratorio e che tra il 75% e l’85% sono donne, per lo più oltre i quarant’anni.
Nonostante la funzione essenziale, il settore è poco attrattivo: contratti brevi, retribuzioni contenute e ritmi elevati scoraggiano nuove generazioni.
Un fenomeno ricorrente è il ricorso a contratti part‑time involontari: contratti di 15 ore settimanali nelle mense scolastiche (circa 550 euro lordi al mese) o 18 ore in quelle ospedaliere. Per un trimestre estivo senza copertura salariale adeguata, il reddito annuo di molte lavoratrici può restare al di sotto della soglia utile per alcuni diritti civili, come la richiesta di cittadinanza per residenza (8.263 euro lordi annui).
Il peso degli appalti
Il rapporto mette in relazione la debolezza delle gare d’appalto con la precarietà lavorativa: prezzi di aggiudicazione troppo bassi comprimono i margini aziendali e si traducono, alla fine, in risparmi sul personale. Per la ristorazione collettiva il costo medio di un pasto è stimato intorno a 1,80 euro, con punte fin sotto 1,40 euro in alcune forniture. Le aziende dichiarano marginalità esigue (intorno all’1,5%, talvolta 0,8%), margini incompatibili con condizioni lavorative dignitose.
Quando il prezzo non copre i costi reali, le strategie sono prevedibili: riduzione del personale, sottoutilizzo delle qualifiche, turni spezzati, intensificazione delle mansioni e, talvolta, lavoro non pienamente regolarizzato.
- Principali evidenze: elevata presenza di lavoratori stranieri, aumento di dipendenza dal lavoro migrante, predominanza femminile nella ristorazione collettiva.
- Meccanismi osservati: uso di appalti e cooperative per esternalizzare rischi; sottoinquadramento; part‑time involontario.
- Effetti concreti: salari bassi, turnazioni peggiorate per chi protesta, mobilità forzata verso sedi meno tutelate.
- Proposte urgenti: ispezioni non preavvisate, controllo della filiera degli appalti, misure per garantire salari minimi e orari adeguati.
Le voci raccolte sul campo descrivono anche ritorsioni per chi reclama i propri diritti: trasferimenti a mansioni più gravose, turni serali e una sorta di penalizzazione per chi partecipa a proteste o scioperi. Questa dinamica aumenta il potere di ricatto nei confronti dei lavoratori più vulnerabili.
WeWorld ha condotto l’indagine con il contributo di esperti sul territorio, tra cui Marco Omizzolo e ricercatori dell’Università di Ferrara, coinvolgendo oltre 26 istituzioni e 13 interviste approfondite a persone impiegate nella filiera. L’obiettivo è capire se lo sfruttamento sia episodico o parte integrante del modello produttivo.
Le conclusioni puntano verso la necessità di un approccio integrato: misure contro il caldo e tutele sanitarie sono essenziali, ma non sufficienti. Per rendere davvero sostenibile il settore servono controlli mirati sulla catena degli appalti, tutele contrattuali efficaci e politiche che rendano il lavoro nella filiera attraente e sicuro.
Per i cittadini e per le istituzioni locali la posta in gioco è chiara: garantire la qualità e la reputazione di un’economia regionale basata su eccellenze alimentari richiede anche la tutela delle persone che quella produzione la rendono possibile. Senza interventi strutturali, le misure estive rimarranno solo un primo passo formale.












